Archive for the ‘deep from inside’ Category

Fugge, fugge, fugge.

martedì, novembre 16th, 2010

Chiunque abbia scattato questa foto l’ha fatto per sbaglio. Io o il Lurker, intendo.
Ma non è male, a parte il fatto che è mossa. Mossa di corpo, sì.

Sono stati giorni strani, da mal di stomaco immotivato. Oppure motivato ma senza motivo apparente a giustificarlo. O insomma sì.
Volevo scrivere un bel post introspettivo, o aggiornarvi su questo e su quello, o scrivere qualcosa di cui non si sarebbe capito un accidente (come sempre). Però no. Niente, l’ispirazione è sfuggita. Magari poi torna.
Magari è solo in un angolo del foglio, che cammina distrattamente verso di me.
Con un cappotto rosso addosso.
Così rosso che mi abbaglia e a malapena mi accorgo di lei.

Shit.

Eppure novembre è.

domenica, novembre 7th, 2010

Domenica, finalmente. Una domenica passata a cazzeggiare, fare lavatrici, leggere Scott Pilgrim sul divano, cucinare la sorella minore della grande zucca e dimenticare per poche ore tutte le cose che continuano a martellarmi in testa.

Che di truffe non ne ho prese solo io, che i vicini di casa sanno essere molto molesti se ci si impegnano, che la gente può crearti molti problemi anche se tu non hai fatto niente per meritarteli. Che poi sono molto sensibile, e queste cose mi attanagliano il sonno, mi fanno svegliare di colpo la mattina, mi tormentano nei momenti più impensati.

Così oggi cerco di non pensare a nulla se non alle tazze glam che ora dimorano in una delle mensole del tè e a quello che ci ho messo dentro. Me le hanno portate Ninna, l’Orso e Rebecca martedì, quando sono venuti a pranzo in questa landa sperduta. Sarà che non ci vedevamo da troppo, sarà che è un periodino, ma avere ospiti così graditi alla tavola della mia casa mi ha fatto davvero piacere. Poco importa che dieci minuti dopo che erano partiti (sigh) mi si sia rotto il motore della lavastoviglie e mi si sia allagata la cucina. Poco importa che la £$%&£”^ sia una serpe velenosa e la sera me lo abbia dimostrato ampiamente. Poco importa.

E poi, venerdì dopotutto ho rivisto la mia cuginetta di Firenze. Che si sposa a giugno, ed è più piccina di me. E poi, sabato ero a Lucca per incontrare delle belle persone (tipo questa creatura soave qua accanto) che non vedevo da un bel po’ e anche quello è stato un momento topico. Ho ribeccato Impo, la mia figliola spirituale, gente folle da tutta Italia. Purtroppo non ho imbroccato Val, ma lo costringerò a una gita appenninica, prima o poi.

Mi piacerebbe molto raccontare di gente che veniva e che andava, di personaggi equivoci e di risate, o anche delle due ore per uscire da Lucca, del mal di piedi atavico, e del delirio affrontato per arrivare indenni al day after, ovvero quando con le Terre degli Angeli avremmo dovuto infestare tutto il borgo di Santa Mama (vicino ad Arezzo) per Halloween… anche quella una bella esperienza, nonostante le piogge torrenziali fino alle quattro del pomeriggio e la gente che arrivava alla spicciolata e che (beh, meglio) sembrava non accennare a smettere di farsi un giro.
Insomma, una bella conquista anche quella, un esperimento che è andato a buon fine. Però, ecco, mi piacerebbe essere dell’umore giusto per raccontare aneddoti, per lanciare qualche microaccidente a qualche ragazzino pestifero che (non) ha allietato la nostra performance, per gasarmi abbestia per quanto fatto/visto/mangiato (ahhhh, la trippa al sugo! I panini con la salsiccia calda! Le castagne con zucchero e grappa!). Invece niente. Cerco solo di pensare il meno possibile, di accarezzare di tanto in tanto la nuca del mio lurker di casa che le fasi finali di Final Fintasy X accanto a me, di sorseggiare il mio tè “Sweet Chili“, che vi consiglio caldamente perché è strabuono e stradelicato.

Ecco, nient’altro.
Poi magari domani sera l’incontro di “lavoro” (cosa sarà? ancora non lo so!) andrà a meraviglia, forse invece sarà un fake e quindi metterò quell’inserzione per fare la cuoca a domicilio, oppure la tipa di cui sopra continuerà a mandarmi sms minatori senza motivo, o anche niente di tutto questo.Che poi mercoledì sera non andrò alle prove, ma per un buon motivo visto che sarò insieme al mio matematico preferito (e al lurker, che in queste occasioni smette di essere lurker e quindi intangibile e mangia come un caimano con la benedizione di tutto l’Olimpo). Forse inizierò a scrivere il libro su cui sto arpeggiando in questi giorni.Ci sono cose al fuoco, alcune brutte e altre belle. Ma sono inquieta e non penso in modo lucido. Eppure,  sono convinta che tanta confusione non può non produrre qualcosina di positivo.
Forse.
O no?

努力

martedì, ottobre 26th, 2010

…no, via, ancora non ho ingranato.

Certo, ho prodotto questa:

Pollo al lime cotto nel latte + sughino di cottura, menta, uova sode, arance, lamponi appena colti, insalata gentile, crema di aceto balsamico... eccoci.

Però ancora devo pulire la cucina. Devo togliermi i pantaloni del pigiama. Devo decidermi a fare qualcosa di più. Un po’ gli eventi mi hanno remato contro, stamani, ma anche io sto qui e non faccio niente di utile.

Quando mi girano le scatole, davvero, divento un’ameba.  Non va bene.

Noir. Lumière. Exit.

lunedì, ottobre 25th, 2010

No, no. Non voglio pensare al grandissimo figlio di pu**ana che mi ha intasato il blog con qualche malware che il supremo Val ha rimosso con amore e dedizione (grazie, grazie, grazie, grazie…).
E nemmeno ai luridi ammassi di m3rda che mi hanno truffata (chiudiamola qui, per il momento).
E nemmeno alla mia ingenuità, alla mia buona fede, al fatto che non riesco a schiodarmi da una situazione lavorativa incerta, al fatto che i soldi non bastano mai perché oggettivamente non possono bastare, alla fibromialgia, ai calcoli, ai medici, a tutte quelle cose che non funzionano e che mi assillano la mattina quando mi sveglio, mi portano alle lacrime, mi impediscono di godermi i bei momenti fino in fondo, si approfittano di ogni momento di stanchezza e mi sensibilizzano così tanto che non riesco più a valutare oggettivamente e lucidamente le situazioni.

No. Voglio pensare ad altro.

Voglio pensare alla gente che si è fatta in quattro per darmi una mano ogni volta che le ho chiesto di aiutarmi.
All’entusiasmo di Imp.Bianco quando gli ho proposto quella faccenda di maggio (seguiranno spiegazioni).
Alla bella giornata trascorsa con la Ghià a sentire gente per la succitata faccenda.
A quante volte Val mi ha tolto castagne informatiche dal fuoco.
A Hachi e al Menco che anche adesso che sto scrivendo mi tengono occupata su msn e mi impediscono di pensare a tutto quel che mi tormenta.
A un amico avvocato che mi ha soccorsa mentre ero nella valle di lacrime – e spero me ne tiri fuori.
Alle persone a cui penso volentieri, tra cui molte che frequentano questo blogghino, o ci lurkano dentro.
A quella persona là che c’è sempre, anche con una buona ottantina di chilometri nel mezzo.
Al fatto che – vaffancu£o – devo reagire e posso farlo, perché non sono da sola.

No, maledizione, no.

Call me, call me

martedì, ottobre 19th, 2010

Il riferimento a Cowboy Bebop e all’omonimo brano di Yoko Kanno e Steve Conte è scontato.
Stasera mi andava di ascoltarlo, così. In realtà mi ricorda cose sparse qua e là, notti di luna e la Melanzana Isterica che si arrampica a Montegiovi, cose dette e cose che non c’è bisogno di dire, e via dicendo.

Qualcuno sostiene e ha sostenuto che è merito di quelle cose imprescindibili che sono i sentimenti. Forse è così, forse il punto della questione per me è sempre e inevitabilmente quello.

I sentimenti, eh? L’amore, l’affetto, il rispetto…

Lunedì, sempre su Io, Chiara e l’Oscuro, si parlava di famiglia. Famiglia, senti che parolona… che poi, esattamente, cos’è? E’ meglio tralasciare etimologia e definizioni, che probabilmente creano più casino che altro, e staremmo qui per ore ed ore a capire che cosa s’intende quando si parla di famiglia tradizionale, se ha senso di esistere, se deve allargarsi, se deve mangiare leggero o semplicemente deve implodere. Tanto, se non ci si capisce sul punto essenziale, e cioè di CHE si sta parlando, è inevitabile che si creino delle discussioni senza senso. Visto che già di cose insensate ne sparo a raffica (tipo ora), mi faccio la domanda e mi do anche la risposta da sola.

Io di famiglie ne ho tante. Ho quella che mi ha cresciuto e amato fin qui, famiglia sicuramente non perfetta, ma proprio per questo splendida e decisiva. Voglio dire, mica è facile sopportare me. Fortunatamente, con i legami biologici m’è andata più che bene.
Poi ho una microfamiglia allargata di persone che possono chiamarmi a qualsiasi ora del giorno e della notte. Gente sparsa in tutta Italia, o forse in tutto il mondo, che non si può nemmeno paragonare a un qualsiasi grado di parentela. Ma se famiglia è anche sostenersi reciprocamente, sentirsi bene e protetti, dare e ricevere in un cerchi continuo, beh, allora anche questa è una famiglia.
E poi c’è quella che mi sta a cuore di più. No, scusate, diciamo in un modo diverso. Il cuore non è mica una torta da fare a fettine. E’ un campo immenso, senza confini, e se smezzi l’infinito cosa ti rimane? Altro infinito, no?
Comunque c’è quella famiglia lì, quel noi due (che per i prossimi anni rimarrà tale, sapevàtelo!) che mi lascia a metà fra uno stato onirico allucinatorio e la consapevolezza che è tutto reale e in quanto tale è anche maledettamente tangibile. E’ una famiglia sognata e in divenire, a metà fra l’inadeguata immaginazione di un’adolescente amante della fuga da se stessa e la sinfonia di pentole che cozzano l’una contro l’altra quando le riponi. C’è sia quell’elemento fantastico che l’ha tenuta viva al di là dello spazio e del tempo, e addirittura di altri sentimenti, sia quello avventuroso del vivere quotidiano. C’è stupore e abitudine, c’è rifugio in entrata e in uscita, c’è che puoi chiamare casa ogni luogo dove potete stare entrambi.
Io nemmeno riuscivo a sognare che potesse esistere una famiglia così. E adesso mi ci trovo immersa, sballottata qua e là dagli eventi ma sicura – una volta tanto – almeno in questo ho trovato il mio punto fermo.

Poi, secondo me, tutto il resto sono gargarismi mentali.

Ora finisco il mio tè. Rooibos, “Cleopatra’s Beauty”. Magari domattina mi risveglio un po’ più magra. Però col nasone.
No, via. Mi tengo i miei 70 kg e passa.

Ma questo post aveva un senso? Non riesco nemmeno a rileggerlo. Non leggetelo nemmeno voi. Azz, no, troppo tardi.

Da qualche parte tocca cominciare

martedì, ottobre 5th, 2010

Questa è la prima notte che passo qui a Montegiovi da sola.
Forse non dovrei scriverlo in quanto il mostro di Pietralba e i suoi cugini che mi fanno la posta in giardino potrebbero seguire questo blog nella speranza di beccarmi senza compagno e quindi indifesa (…), ma dopotutto ci devo fare l’abitudine (del resto ho scritto che è la prima notte, ma non è mica detto che debba anche essere l’ultima, noh? No, vero? Ah, ecco).

Beh, comunque fa uno strano effetto. Anche a Casciano dormivo da sola, ma al piano di sopra dormiva una rumorosissima famiglia, stavo in paese e nella casa accanto abitava (abita) un amico. Qui invece è un po’ più solitario, anche se le altre case sono a due passi, ci vediamo reciprocamente le finestre e c’è una muta di cani da tartufo a 200 m in linea d’aria che fa un casino del dodici tutta la notte. Insomma, dire che mi sento sola è eccessivo.

Però fa un effetto strano.

Oggi comunque avrei voluto scrivere una decina di post. Uno era legato alla puntata di Io, Chiara e l’Oscuro di stamani, dove c’è stato un intervento piuttosto drammatico e inaspettato. Non che io sia una fan sfegatata di questo programma, che comunque di norma mi piace abbastanza, ma stamani me lo sono ascoltato con molta attenzione. Si parlava di ansia, cara vecchia stronza ansia:  una signora ha chiamato raccontando che da quando le hanno dato due mesi di vita l’ansia le è passata e ha capito di aver buttato la sua esistenza preoccupandosi del giudizio altrui.

Mentre ascoltavo mi sono resa conto di alcune cose fondamentali, talmente fondamentali che è incredibile che io non ci abbia fatto caso prima.

La prima è che non soffro più d’ansia da diverso tempo. Il che può derivare sia dal fatto che ho trovato delle buone strategie per tenerla a bada, sia che non ho più molti motivi per farci capo. E non mi sembra poco, se considerate la genesi e lo sviluppo di questo blog.

La seconda è che, al contrario di quella signora, se mi guardo indietro non ho rimpianti. Non così grossi, almeno. Posto che vorrei avere ben più di due mesi di vita davanti, ma parecchi parecchi di più, per ora non me la sono cavata poi male. Nel bene e nel male ho vissuto molto intensamente e, detto fra noi, la cosa mi ha causato non pochi problemi (…ma volete mettere?). Sono stata fortunata, o forse sono stata sufficientemente orgogliosa da imparare presto a volermi bene, almeno quel tanto che bastava per capire che se non ci si prende cura dei propri desideri poi finisce che non si ha niente da dare a nessuno, nemmeno a noi stessi.

Forse negli ultimi tempi la situazione è migliorata ancora. Me lo dice la scimmia, fra l’altro. Sono più calma, indubbiamente. Più serena. Decisamente meno in ansia. Le cose troveranno un loro equilibrio. Le cose che non riesco a capire, oh beh, prima o poi le capirò. Se non altro, per esclusione.

(Ecco, poi dico così, vedo tutto rosa e mi porto rogna in qualche modo. Maledette strategie scaramantiche. Queste non me le schiodo di dosso. Pensa al peggio, perché così non succede. Ma si potrà, a trent’anni, essere così?)
(Non ci crederete, ma certi pensieri balzani mi servono per esorcizzare l’ansia. )
(Ma di che stavo parlando?)
(Oh beh, non è importante)

Insomma mi attende un lettone grosso grosso e un po’ freddo. Però mi basta dare un’occhiatina alla sua roba qua e là, leggermi uno dei suoi fumetti e respirare quel che rimane del suo profumo dal cuscino per non sentirlo più tanto lontano.

Che cavolo, questa è casa nostra, dopotutto.

Travaso

venerdì, agosto 27th, 2010

Questo è l’ultimo post che scrivo sfruttando l’Adsl di casa a Arezzo, credo.

Sì, perché è arrivato il momento di traslocare anche il pc, ora che la connessione su a MG dovrebbe funzionare.
Sembra una cazzata, il risultato del normale svolgimento della storia, e invece mi fa venire l’ansia.
Perché?
Beh, perché il pc era uno degli ultimi motivi forti (a parte il fatto che voglio bene ai miei e non mi dispiace passar tempo qua) che mi trattenevano qui per diverse ore/giorni alla settimana.
E ora non devo più farlo perché avrò tutte le mie cosine funzionanti su.

E’ una cosa vertiginosa e devo rifletterci su un po’ meglio.

E’ tutta questione di pappatoria

mercoledì, agosto 18th, 2010

Sento il dovere di  consigliarvi cladamente questo post di Val. In realtà vi consiglio tutti i suoi post, ma questo mi sembra particolarmente significativo, visto che parla da sé.

Esaurita (…) questa specifica questione, vi aggiorno. Per il momento i calcoli rimangono dove stanno, solo cercheremo di non farli ingrossare ulteriormente.
Come?
Anche se non è certo cosa li stia provocando, intanto vediamo di tenerli sotto controllo via ecografia, di bere un botto e di depennare dalla lista tutte le cose che portano ossalati, visto che è l’opzione più comune. E cosa, quindi?
Barbabietole rosse. (ok, mi piacciono ma posso convivere con la loro eliminazione)
Spinaci. (No, pork… d’inverno ne mangio a chili… e vabbeh…)
Acetosella. (Non ne faccio uso, bene)
Fichi secchi. (Mi piacciono solo appena colti, ottimo)
Cacao e cioccolata. (No, il mio medico non ha avuto il coraggio di togliermeli)
Tè. (IIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIHHHHH!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!)

No, cioè, il tè. IL TE‘.

Bestia nera maledetta.

Non posso farcela. D’inverno è la mia consolazione (insieme alla cioccolata, che è anche la mia salvezza, e il gelato al cioccolato, per quando la cioccolata non c’è). Quando me lo ha nominato m’è preso lo sconforto nero. Già mi erano venuti i lacrimoni quando, anni fa, mi sono resa conto che non ne potevo più bere una tazza dietro l’altra perché sono ipersensibile alle sostanze eccitanti (volete ridere? fatemi bere un caffé), e mi son girate le scatole perché lo adoro e ne ho di tutti i tipi. Sono una patita del Tè Nero Chai, ad esempio. Che ora si è trasformato nella Bestia Nera Chai.
Ma no, non devo tirarmi giù. Ci sono le tisane. C’è il rooibos. Sì, dai. Su, su, non buttiamoci giù, eh?

E poi non è così tutto chiarissimo e cristallino. Voglio dire, la vitamina C non aiuta coi calcoli, però  il succo di limone si ritiene essere un toccasana. Il prezzemolo compare in una lista come da evitare, altrove invece dice che aiuta. Che cazz’, mettevi tutti d’accordo, vi prego.

Io so solo che se non vado da una dietologa che mi infila un laccio al collo continuerò a non capire come e cosa devo fare. Ma costa tanto.

Comunque oggi andavo in giro per la città vuota con i sudori di debolezza addosso, e la mia mente se ne andava qua e là, vagando attraverso ricordi e la meravigliosa sensazione che esistono momenti in cui la città è davvero solo tua. E di qualche bambino che gioca nel parco.

Nonostante i reni, il tempo di merda, il freddo, l’umidità e i dolori assortiti, direi che sono comunque tenacemente felice.

中にしにます

mercoledì, luglio 14th, 2010

In realtà il titolo non significa niente, anzi, è la traduzione brutalmente letterale della nostra bella frase idiomatica “morire dentro” e si legge naka ni shinimasu. Ovvio che se lo dite a un giapponese il meglio che vi possa capitare è che stia lì a grattarsi la testa cercando di capire che tipo di droga abbiate assunto.
E del resto tale espressione non ha nessuna attinenza né col mio stato d’animo attuale, né coi miei futuri progetti, né con le esperienze passate.

Mi piacerebbe invece dirvi due parole sull’evento di sabato e domenica alla Rocca di Radicofani, o postare qualche foto, però non ho ancora niente in mano e soprattutto l’unica cosa che davvero ci tengo a dire riguardo quest’esperienza è che siamo stati molto bravi. Nel senso, lo staff si è fatto un baugigi così, nonostante le avversità avverse (che non sono mancate… anzi, in certi momenti l’odio – almeno da parte mia – è scorso a fiumi, iniziavo a bestemmiare in modo creativo alle 8 di mattina) tutto ha funzionato come un orologio svizzero.
Non è una cosa scontata. No, credetemi, non lo è.

Sennò potrei anche raccontarvi che sabato iniziano i Seminari Estivi a SJ (e gli aficionados di questo blog sanno a che mi riferisco, altrimenti trovate impressioni sparse un po’ ovunque nell’archivio) e tocca rimboccarsi le maniche abbestia…

Invece mi limiterò a sparare amenità su una sola cosa che immagino traspaia spesso da quel che scrivo, ma non si sa mai. E poi a volte fa bene farci mente locale sopra.

Sono davvero contenta. Ancora la mia vita non ha preso il su’ verso, non si sa cosa farò da grande, ma non importa. Sono una figlia fortunata, una ragazza fortunata (benché tragicamente cicciotta), una donna fortunata. Già già, proprio donna. Mi fa strano, ma dopotutto l’età biologica è quella. Sono contenta di avere trent’anni. Tanto, addosso non me li sento affatto. Giocare di ruolo, avere a che fare con i ragazzi delle medie e delle elementari, avere accanto un compagno di viaggio che ha cinque anni meno di me… tutte cose che aiutano.

E poi, non so, ma credo che essere molto innamorati aiuti a mantenersi in uno stato di limbo in cui l’età smette decisamente di contare qualcosa. Certo, ci sono le questioni puramente terrene come le bollette, il tempo da gestire, l’urgenza di non dover più dimostrare niente a nessuno, l’eterna lotta fra il Bene e il Male, i klingon che bussano insistentemente alla porta…
Ma tutte queste cose vengono leggiadramente annichilite da una carezza, dalla luce dell’alba che imperla la stanza, dal lieve respiro che scompiglia le ciglia, da un paio di occhi azzurri, o forse verdi, o forse dorati, che si aprono a fessura con fatica dopo una sonora notte di sonno e si piantano nei miei, sorridendo.

Come potrei non ritenermi una donna fortunata?

(Ok, ok, ora basta con il miele. Non rientra nel personaggio.)

Tre cose a caso

mercoledì, luglio 7th, 2010

Una cosa gustosa.

Una cosa ridicola.


Una cosa orribile.

http://www.repubblica.it/cronaca/2010/07/07/news/aquila_corteo-5446113/?ref=HREA-1