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Nel nome dell’O(c)io

lunedì, novembre 21st, 2011

Della serie, “il blog non serve a niente, però aiuta”, eccoci pronti per una nuova puntata di ODIO SENZA FRONTIERE! Evvivaaaa!

Diciamo che la mattinata parte subito bene alla volta dell’ospedale San Donato per una sudata visita di controllo (reparto nefrologia, l’antipastino), visita prenotata tramite l’utilissimo Cup telefonico (servizio che non ha funzionato per due settimane, ma transeat): la gentilissima (davvero) operatrice si era raccomandata di andare a pagare il ticket il giorno stesso della prenotazione (“mi raccomando, eh!”) al Cup dell’ospedale (“mi raccomando, eh! Lì!”) e armata di pazienza e buona volontà mi reco lì un’ora prima dell’esame (che è alle 10).
Ore 9: settanta persone davanti.
E vabbeh, dico al Lurker, ci sono sette postazioni, ce la faranno, no?
No.
Perché nel frattempo le postazioni attive diminuiscono, con la tizia alla n°2 che comunica telefonicamente con non so che reparto in non so quale parte dell’universo, le tizie della 8 e 6 che discutono fittamente di qualcosa, la tipa alla 1 che è fuori per colazione. E intanto chi prende il numero via via si ritrova davanti 80, 90, 100, 110 persone. Dov’era la meravigliosa comodità nel prenotare via telefono? Mi sfugge…
Alle 9.45 (ancora 20 persone davanti) mando il Lurker a implorare compassione dal nefrologo, mordicchio nervosa la mia ricetta rosa e finalmente, alle 10.10, tocca a me. Trenta secondi e ho fatto. Ovviamente l’ambulatorio dove devo andare è dall’altra parte del mondo.
E va bene, no? Va bene. Considerato poi che le indicazioni del nefrologo sono… mhh. Strane. Tralasciamo.

Poi, saltato un impegno di lavoro, si torna indietro verso Subbiano: di prima mattina nella posta ho trovato sia l’avviso di una raccomandata da ritirare (e non son mai buone notizie) che quello riguardante alcuni misteriosissimi documenti in giacenza dai vigili che urgentissimamente lallallà. Con l’angoscia nell’anima vado in Comune (“o tò, stamani c’è pure il mercato… Fammi scendere qui, va’…“). L’ufficio è chiuso. Salgo le scale cercando un vigile, un santo, un’entità superiore qualsiasi che mi faccia entrare. Faccio il percorso due volte. Arriva il Lurker trafelato. Arriva il colon irritato. Arriva un vigile sbarbato. Yeeeh!
Egli (il vigile), con fare quasi di scusa, mi porge il grimorio del mistero: accertamento ICI, signorina mia, qua lei non ha pagato, sa? (Non lo dice il vigile, ma il grimorio). Vada su di sopra all’ufficio tributi che le sapranno dire. (Non lo dice il grimorio, ma il vigile)
Vado. C’è maretta perché un principino ultracinquantenne ha saltato la fila causando ulteriore spargimento d’odio. Sorrido istericamente, so ormai da ore che la giornata può solo peggiorare e mi sfogo pure con l’omino inca$$ato. Poi entro. La responsabile è davvero una grandissima donna (e quando sono così bisogna riconoscerglielo e lodarne imperituramente l’operato) e cerca di aiutarmi in tutti i modi, asciugandomi praticamente i lacrimoni e ignorando con fare materno la mia voce lievemente spezzata dal pianto incipiente. Esco con l’animo turbato ma consolata a dovere. Chiamo mia mamma. “Guarda che l’ICI l’abbiamo pagato, sai. Esattamente quella quota lì, ma senza mora”. Ah. No, dico, AH. Brutte m3rde, ma che volete da me? Cosa? Che? CHEEEEE?

Ma non è colpa del Comune. Dell’Ufficio Tributi. Della meravigliosa responsabile. Neanche della Madonna, evidentemente, però la chiamo in causa uguale, per tenerla informata.
Vabbeh, dai, ci penserà la commercialista. Dai, sì, crediamoci, ca$$o.

Ma poi eccola, finalmente, la sacra raccomandata! La botta finale! Prima o poi dovevo riceverla… maledetti infami truffatori… qui non dico altro, vi rimando a un vecchio post che non mi sento nemmeno di andare a cercare (e tanto non diceva niente, come al solito). Parte la telefonata a un’amica. Avvocato. Era improbabile che mollassero l’osso. Infami carogne. O vediamo chi ha il capo più duro.

Arrivata a casa, decido che è il momento buono per accatastare tutti i motivi di frustrazione possibili e immaginabili su questa giornata, in modo da poterli esorcizzare tutti in gruppo, invece di dover fare una fatica immane per poi rifarmi daccapo il giorno dopo.
Faccio un paio di telefonate per capire come stanno le cose per la PPO. Mi deprimo, ma non troppo.
Controllo i barattoli in frigo. La meravigliosa bomba di Suverato ha fatto muffa. Ci siamo dimenticati di rimetterci sopra l’olio, o io o il Lurker. O entrambi. Mi metto a ridere, perché piangere mi fa fatica.
Il Lurker mi fa sedere sulle sue ginocchia. Gli propongo l’eventualità di andare ad abitare ad Ayers Rock, tipo. Perché questa mattina da sola ha sbancato tutti i miei sforzi precedenti nell’evitare lo stress. Quanto guadagnato in mesi di condotta quasi esemplare in termini di equilibrio fisico e mentale è stato risucchiato via in meno di 4 ore. Insomma, mi rifa male la schiena. Serotonina, dove sei? Torna, torna da me. Torna.

Ve lo avevo detto, no? Mai dire che le cose vanno bene. MAI! Lamentarsi, sempre e comunque, a ragione o a torto.

Nel nome dell’odio. E dell’ocio.

Incubus

martedì, ottobre 18th, 2011

Ma che ci devo convivere solo io con i rumori allucinanti di un autoclave con seri problemi di identità?
Ma che ci devo bestemmiare solo io contro la sistematica devastazione del testicolo interiore?
Ma che ci devo moccolare solo io contro le domande assurde del cosiddetto censimento?
Ma che ci devo…

No, eh. Beccatevi anche voi un po’ di inquietudine.

Che poi uno… visto, no!

lunedì, maggio 23rd, 2011

Dopo aver scoperto che i calcoli presenti nei miei poveri piccoli reni sono misti (fifty-fifty ossalato di calcio e acido urico, un gran bel mix), dopo la tromba d’aria che ha funestato la domenica a Ludogrifo (dalla quale noi delle TdA siamo dovuti scappare a gambe levate), dopo il cambio della giunta comunale a Castiglion Fibocchi (luogo in cui, ve lo ricordo, domenica 29 si svolgerà Orizzonti Fantasy), dopo il tremendo bruciacu£o che mi affligge da diversi giorni, vi prego, aiutatemi a ripetere questo mantra:

DOMENICA NON DEVE PIOVERE
DOMENICA NON DEVE PIOVERE
DOMENICA NON DEVE PIOVERE
DOMENICA NON DEVE PIOVERE
DOMENICA NON DEVE PIOVERE
DOMENICA NON DEVE PIOVERE

(…no, perché ci mancherebbe solo questo.)

Taglia l’Itaglia

venerdì, marzo 18th, 2011

Si potrebbero fare gli auguri all’Italia. Si potrebbe anche quasi essere spinti a cedere a un po’ di ottimismo, a credere che magari prima o poi questa benedetta identità nazionale partorirà qualcosa di positivo.
Poi uno ascolta il giornale radio e ascolta quella brancata di dementi che parlano. Tutti, di tutte le fazioni. (FAZIONI, sì, non partiti. L’accezione negativa ci sta tutta). E bestemmia.

Per essere una che non ci teneva a parlare di politica su questo blog, devo averne davvero i marròn pieni.

Sapete che c’è? Vado a cucinare. La vedo un’attività più remunerativa, rilassante e piacevole al prossimo.
Oggi lo chef prepara gnocchetti ai broccoli e speck ripassati in forno. Niente besciamella, sono a dieta (cazzate, la verità è che ho dimenticato il latte).
Poi uno dice che mangiare deve essere solo un mezzo per nutrirsi e non per godere. O tò, e toglieteci anche questo, di piacere! Considerato tutto, considerato anche quanto è breve la vita, se a una persona togliete il cibo e/o il sesso (a tutto tondo), che le rimane per star bene? Tanto, ormai la cultura e l’arte sono state mutilate in tutti i modi possibili e immaginabili… almeno la Gastronomia! Almeno il Kamasutra!

O no?

Scopro or ora che esiste anche un Kamasutra Culinario... devo indagare...

Sottile linea color perla

domenica, febbraio 6th, 2011

E’ quella che vedo adesso dalla finestra della mia postazione pc. Una bella giornata, nemmeno tanto fredda. Dovrei essere molto allegra, godermi questa botta di luce che invade queste stanze, che di luce ne vedono poca visto che la casa è a nord, inforrata fra le colline, e il sole la becca sempre di striscio.

Dovrei, ma mi viene da pensare che tutto è maledettamente complicato.
Vi faccio un esempio? Ve lo faccio.
Oggi non mi sento ottimista, premetto.

Mettiamola così: come alcuni di voi sanno insegno musica d’insieme ai bambini al SJ ormai da qualche anno e dalla primavera scorsa seguivo un percorso didattico al Museo d’Arte per Bambini, che finalmente aveva ingranato bene e funzionava a meraviglia. Perché ho detto “seguivo”?
Perché sembra che il Vicesindaco * di Siena ritenga (son parole sue, a quanto pare, messe nero su bianco sul giornale) che istituzioni come le due sopracitate e il Museo Santa Maria della Scala (e forse anche la Chigiana? chi può dirlo?) sono un peso e non dovrebbero esistere e quindi a metà anno è d’uopo tagliar loro i fondi. Che già erano stati definiti in bilancio, quindi in parte erano già stati spesi.
E quindi?
E quindi per ora la PPO regge, ma niente più laboratori per me. Sennò con che mi pagano? E quindi si stringe la cinghia fino all’anno prossimo.
Tralasciamo il fatto che ancora non so comunque quando arriveranno i soldi che serviranno a ridare aria al mio disastrato conto in banca. Tralasciamolo, che mi si stringe il cuore.
Insomma, c’ero quasi. Voglio dire, ho la fortuna di non dover pagare l’affitto, quindi mi bastava poco di più per arrivare a starmene un pochino tranquilla (o almeno ad andarci in pari) economicamente parlando.
Invece niente, perché in questo paese della minchia la cultura e l’educazione valgono meno di zero. Non sono valori. Sono cifre in passivo in un bilancio che tiene conto solo di ciò che produce qualcosa di materiale e mercificabile, come soldini sonanti, automobili, cibo, oggetti sadomaso. Il resto non serve a niente. E’ un per di più e se ne può fare a meno.
E’ un discorso che ho sentito fare a casa mia, tra l’altro. Non da familiari, almeno.
Filosofia, storia, antropologia, letteratura, musica, arte… tutto fine a se stesso. Non produce ricchezza, quindi è inutile. Scema io a volerne fare un lavoro, a pensare che sia importante avvicinare i ragazzi all’arte e alla musica, a renderli critici e consapevoli riguardo a ciò che vedono o che ascoltano, o per lo meno provarci nel poco tempo che si può dedicare a questo tipo di attività. Certo, anche loro sono smazzati fra scuola, sport, attività varie ed eventuali. Non so quando trovino il tempo di giocare e seguire i loro interessi.
Comunque il punto è questo.
Che senso ha studiare arte? Fare ricerche archeologiche? Apprendere lingue antiche o sconosciute? Suonare uno strumento? Leggere poesie? Scrivere? Recitare? A che ti servirà mai tutta questa roba nella vita?
Mandiamo i nostri ragazzi a fare un bel corso di marketing, invece! Quello sì che li renderà pronti ad affrontare il loro futuro!

Dei, mi viene da piangere a pensarci. Obama lì a dire che togliere fondi all’educazione è come pensare di alleggerire un aereo buttando via il motore… e qui? Dov’è finito tutto il filo-americanesimo di questo stronzo paese? Vi piacciono gli americani solo quando vi pare, eh?
Ne ho le palle piene di questa situazione di ipocrisia e dittatura diffusa e capillare, vorrei che esistesse un modo per alzare la testa e spaccare il muso a tutti quei culetti d’oro che se ne stanno aggrappati alle proprie poltrone colle unghie e coi denti, vorrei davvero che avesse un senso quello che sto scrivendo, che i MILIARDI di parole spese sul web e altrove avessero un qualche significato, che quelli che son sordi perché non vogliono sentire invece dovessero esser costretti a sbatterci il muso contro e a capire, invece di farneticare e di bersi tutto quel che raccontano loro i politici e i loro pulpiti televisivi e non.

Basta, via. Basta che mi faccio troppo il sangue cattivo e poi la fibromialgia me ne fa pentire.

*ErrataCorrigiona: avevo inteso male, l’assessore alla Cultura seddiovole non c’entrava niente, sorry for the misunderstanding :(
Però il concetto è sempre che sia il Governo o siano gli enti locali, cultura e educazione sono la pedina sacrificabile sull’altare delle finanziarie, accidenti a loro. Dei del livore continuo e costante, sosteneteci.

Ma buongiorno, che Behemoth ti sia propizio!

mercoledì, novembre 10th, 2010

Stanotte non ho dormito granché. Mi sono addormentata tardi e con una certa difficoltà, come se qualcuno o qualcosa mi desse uno scrollone ogni volta che mi assopivo.
Poi la £$%&£$ mi si è insinuata nei sogni trasformandoli in veri e propri incubi ossessivi. Insomma, alle 6 ero sveglia. Ma non volevo dargliela vinta, nossignore. Mi sono messa a leggere, fiduciosa. Dai, dai che ti riaddormenti, dai! Non pensare a quella creatura squilibrata. Mh.
Verso le 7.30 finalmente stavo per riaddormentarmi (un’oretta, dai! una sola! Non farti rubare il sonno, è preziosissimo!) sento un tonfo tremendo e una voce terrorizzata che mi chiama. Balzo fuori dal letto e vedo la mi’nonna stesa in terra con la mi’mamma preoccupatissima che cerca di rialzarla. Lì per lì – in quella frazione di secondo che ti separa dalla comprensione – penso al peggio, mi attraversa tutta una serie di considerazioni del tipo “ovvai, prima o poi doveva capitare, ma così, senza preavviso, pork, che devo fare, qui e là, ma che sto pensando, boh, mah” e sono talmente sbalestrata (o è un sangue freddo inaspettato? O l’abitudine alle prodezze familiari?) che non mi preoccupo e metto direttamente la mano sul telefono, pronta a chiamare un’ambulanza. Così, quasi con tranquillità, come fosse normale.
Sì, forse è stato il fatto che la mi’nonna ha 89 anni ma riesce a escogitare metodi sempre nuovi per farsi male o non farsi male ma farci prendere un colpo. Perché anche stavolta era stata solo una piccola disavventura: era scivolata all’indietro mentre si rialzava dopo aver dato da mangiare al gatto, aveva battuto una culata sonora e poi si era stesa per la sorpresa di esser caduta.
Insomma, niente di rotto e niente di grave, dopo due minuti era già arzilla come un grillo – frallaltro l’avessi io la sua vitalità. Mia nonna è un osso durissimo, fortunatamente.
Però intanto niente sonno. Però ci volevo riprovare, che mi attende una lunga giornata. Mi sono rimessa a leggere un po’. Stavo per addormentarmi, dai, almeno una decina di minuti… niente, troppo tardi. La mia sveglia-lurker ha suonato puntualissima intorno alle 9, ma fin qui tutto bene. Dopotutto, è l’appuntamento più piacevole della mattinata quando lui è a Siena e io qua. Ma non mi sono goduta nemmeno quella telefonatina rapida: mentre stavamo parlando, il telefono di casa ha squillato. L’Enel. Per sapere se vogliamo la bolletta via mail, capite, è importante.

Ho concluso il risveglio con un bestemmione interno. Ci voleva, di prima mattina.

O vediamo come si evolve la giornata. Almeno a sera un paio di soddisfazioni dovrei togliermele, visto che io e il compagno di sbafate siamo a cena da Cbicp e la cosa è positiva di per sé.
Però non si sa mai. Tra l’altro, ripiove. Eddai.

(PS: Ieri sera ho buttato giù un paio di inutili capitoli. C’è qualche sconsiderato che – appena prende forma – ha voglia di dare una letta all’insensato parto letterario?)

Noir. Lumière. Exit.

lunedì, ottobre 25th, 2010

No, no. Non voglio pensare al grandissimo figlio di pu**ana che mi ha intasato il blog con qualche malware che il supremo Val ha rimosso con amore e dedizione (grazie, grazie, grazie, grazie…).
E nemmeno ai luridi ammassi di m3rda che mi hanno truffata (chiudiamola qui, per il momento).
E nemmeno alla mia ingenuità, alla mia buona fede, al fatto che non riesco a schiodarmi da una situazione lavorativa incerta, al fatto che i soldi non bastano mai perché oggettivamente non possono bastare, alla fibromialgia, ai calcoli, ai medici, a tutte quelle cose che non funzionano e che mi assillano la mattina quando mi sveglio, mi portano alle lacrime, mi impediscono di godermi i bei momenti fino in fondo, si approfittano di ogni momento di stanchezza e mi sensibilizzano così tanto che non riesco più a valutare oggettivamente e lucidamente le situazioni.

No. Voglio pensare ad altro.

Voglio pensare alla gente che si è fatta in quattro per darmi una mano ogni volta che le ho chiesto di aiutarmi.
All’entusiasmo di Imp.Bianco quando gli ho proposto quella faccenda di maggio (seguiranno spiegazioni).
Alla bella giornata trascorsa con la Ghià a sentire gente per la succitata faccenda.
A quante volte Val mi ha tolto castagne informatiche dal fuoco.
A Hachi e al Menco che anche adesso che sto scrivendo mi tengono occupata su msn e mi impediscono di pensare a tutto quel che mi tormenta.
A un amico avvocato che mi ha soccorsa mentre ero nella valle di lacrime – e spero me ne tiri fuori.
Alle persone a cui penso volentieri, tra cui molte che frequentano questo blogghino, o ci lurkano dentro.
A quella persona là che c’è sempre, anche con una buona ottantina di chilometri nel mezzo.
Al fatto che – vaffancu£o – devo reagire e posso farlo, perché non sono da sola.

No, maledizione, no.

Tre cose a caso

mercoledì, luglio 7th, 2010

Una cosa gustosa.

Una cosa ridicola.


Una cosa orribile.

http://www.repubblica.it/cronaca/2010/07/07/news/aquila_corteo-5446113/?ref=HREA-1

You gotta keep ‘em separated

domenica, giugno 27th, 2010

Devo ammetterlo, ieri sera mi si è spento il morale.
E’ che sto collezionando un po’ troppe magagne a livello di salute, e mi sento un po’ sfiduciata. A parte i tagli sul dito, posso scegliere fra calcoli renali, fibromialgia, vulvo-vestibulite, un occhio che mi balla da due settimane ma non è lo stress e…

…e odio scrivere un post in cui parlo di roba mia con la mi’mamma che mi chiacchiera e mi chiede le cose in sottofondo.

Dieci giorni di fuego

giovedì, giugno 24th, 2010

Ok, preparatevi, che il post è lungo, e ve lo devo come minimo suddividere in capitoli. Su, su, un bel respirone e… via!

CAPITOLO #1 – VERSO GROSSETO

Il viaggio via Vespa inizia alle 6.30 di domenica non sotto i migliori auspici: prima di tutto, il giorno prima scopriamo che il porta pacchi si è sfilato dalla molla perché dovrebbe portare SOLO 6 kg (anche questa grande rivelazione dell’ultimo momento, perché quando lo smontiamo ci accorgiamo di una targhetta coperta – comodo, eh?) e quindi non abbiamo il core di fissarci sopra anche la tenda e il mini ombrellone in dotazione, e tocca arrangiarsi (…).

Ecco il mio copilota, bello bardato, pronto ad affrontare gli ultimi 20 km di viaggio...

Inoltre, la sottoscritta erronamente prende solo un elastico da portapacchi, quindi altre madonne si sprecano perché la mattina tocca fare un salto ad Arezzo.
Ma non finisce qui: mentre siamo in viaggio, durante il quale peraltro è un freddo e un umido da manuale (in barba ai 7 siti metereologici consultati che assicuravano sole da panico), la vostra rincoglionitissima Lyppa realizza (con un notevole ritardo neurologico) che il fatto di non doversi portar dietro la pillola perché il ciclo di 21 giorni è finito significa ANCHE E SOPRATTUTTO che… sì, avete capito. Dovevo essere molto stanca, prima di partire, perché questo ovvio collegamento non mi balza agli occhi fino al momento in cui vengo messa davanti alla cruda realtà fermandomi a far pipì in un campo di grano (immagine altamente poetica). Ovviamente non ho nessun bel sigarone morbidone (cit.) con me, ed è domenica. Gaudio infinito.
Ma l’affossamento non è ancora finito: approdando a Ludogrifo per consegnare della roba, metto il piede in terra scendendo dalla Vespa e TAC! mi si rompe un sandalo. Tac. Aveva retto dieci anni. No, dico. Tac.

CAPITOLO #2 – LUDOGRIFO

Dopo aver montato la tenda al Camping Rosmarina a Marina di Grosseto e aver fatto un bagno fulmineo, rapidi io e il mio compagno veleggiamo verso il capoluogo per tornare a Ludogrifo, un evento molto carino e piacevole nonostante sia stato organizzato in fretta e furia (e, grande appunto da fare, non ci fosse manco un cartello in tutta la zona per indicare dove si trovava, né in giro si trovasse pubblicità acconcia alla bisogna). Nel posto troviamo un po’ di tutto, da giocatori di ruolo da tavolo e dal vivo a cosplayer di tutti i tipi… direi pochi, sì, ma buoni!

...perché, voi non lo sposereste?

E noi come associazione cerchiamo di dare un contributo alla cosa, e decidiamo pure di partecipare alla gara di cosplay (è vero, siamo una decina, ma che importa?). Viene fuori che tutti quelli che salgono sul palco si vede benissimo che lo fanno per divertirsi e per divertire (cosa a quanto mi dicono piuttosto rara nelle grandi manifestazioni), e alla fine le TdA portano a casa ben due premi: quello per miglior pg femminile se lo becca Miralys, mentre a chi va quello per il miglior pg maschile, se non all’uomo che tutte vorrebbero sposare? :D
Purtroppo però anche l’idillio di Ludogrifo viene infranto in malo modo: alle 16.30 iniziano a venir giù diversi goccioloni inquietogeni e il vento sbarba letteralmente via metà dei gazebo. Smontiamo quindi tutto in fretta e furia e, mentre stiamo per andarcene, non solo inizia ad arrivare gente, ma scappa anche fuori il sole.
No, cioè.
Però bello, ci divertiamo tanto, e soprattutto ci sono dei mitici personaggi in giro che ci lasciano indubbiamente un buon ricordo di sé…

Da sx: una bizzarra creatura in rosso (!), l'esymio dott. ing. Presidente, la soave Miralys e -tattaratà!- Juri Squarcia, organizzatore dell'evento e gran pezzo da novanta! Lo voglio anche io il suo fisichino asciutto! :D

CAPITOLO #3 – LA VACANZA

Notare i miei sandalini nuovi...

Finito Ludogrifo, ci aspettano due lunghi giorni di mare tutti per noi… ahhh, quanto li ho pregustati: spiaggia assolata, caldino benefico sulle spalle, tante coccole e molti bei bagni e castelli di sabbia…
Sì, certo. Ricordate quello che vi ho detto al capitolo #1? Ecco.
Ma io non demordo, sapete? Fortunatamente non sono una di quelle a cui l’acqua blocca il rovistamento ormonale: mi bardo attentamente e me ne frego. Sì, sono incattivita, ma mi voglio godere queste due preziosi giorni alla grande. Non temiamo nulla, noi, nemmeno le limitazioni del corpo e dell’anima!
Nulla, capito? Nulla!!!

Peccato che c’è un’altra falla nella nostra determinazione.
Perché lunedì c’è il sole ma è un freddo cane.
Martedì in compenso piove.
Ma porc&%£*§£$”&%!!!!!!

E va bene, non importa, nemmeno questo ci ferma… approfittiamo di ogni sprazzo di luce, di ogni interruzione dell’acqua che gronda dal cielo pur di goderci la nostra vacanzina, e il tempo atmosferico ci premia, dandoci il tempo di fare bagnetti sporadici, di fare due passi anche sotto un ombrello (comprato da dei mercanti esosi, tanto ci costa che gli diamo pure il nome di Roderigo, l’ombrello figo), di andare a mangiare alla Volpe Ghiotta a pranzo (frittura di pesce da $ega, moscardini al sugo da leccaggio selvaggio, lasagna alle verdure da struscio), di fare aperitivo alla Locanda dei Briganti (e, signori, quello E’ un signor aperitivo, altro che patatine, raudi e fischioni!) e di prendere un paio di santi gelati alla Gelateria Da Carla. La proprietaria l’avevamo conosciuta a Ludogrifo, è davvero simpatica e in gamba, e il gelato è proprio notevole (Val, fatti un appuntino :D ). Insomma, questi tre posti segnateveli, ve lo dice una che quando si parla di mangiare sa sempre dove sta il piatto (?).

Alla fine, beh, sotto l’ultima generosa acquata serale, la vacanza volge al termine, e si rientra all’ovile… Inutile dire che il tempo di m3rda ci segue ovunque, anche a casa.

CAPITOLO #4 – QUEL CONCERTO LA’

Mentre giovedì e venerdì scorrono più o meno senza grandi intoppi, e venerdì sera si fa la cena del corso di giapponese a base di ciccia alla brace (tra cui degli ottimi spiedini tipo satay/tandoori di cui bisogna vi dia la ricetta appena la perfeziono), insalata grecizzante, verdure al forno, pesche al prosecco e ciliege, sabato veniamo sottoposti a una dura prova. Chi? Tutta la PPO al completo, ovvero noi tre insegnanti, i ragazzi e i loro genitori.

Vorrei scrivere passo passo perché sono così livorosa (e non solo io) per come sono andate le cose, ma voglio evitare di farlo pubblicamente. Appena sarò pronta scriverò un post con pwd annessa, così nessuno ci va di mezzo. Non dico nemmeno dove eravamo e perché (e sul perché anche io ho diversi punti interrogativi all’appello).

Fatto sta che so’ incazzata come una biscia.

CAPITOLO #5 – CON-DITO

Sapete che sto scrivendo con un dito in meno del solito? No, certo, non potete saperlo. Ve lo dico io.
Domenica avevamo la sessione di gdr a casa mia, e anche in quel caso era prevista una bella braciata fra amici. Per placare l’acquolina in bocca, ad un certo punto decido di preparare la solita salsina di tonno che avrò preparato migliaia di volte. Lo faccio, tranquilla e beata, e poi vado per pulire il minipimer… non so come, non so perché, non stacco la spina. E tengo un dito su quello che credo sia il pulsante per staccare le lame, ma in realtà è l’accensione.

Che sarà successo? Avete indovinato?

Bravi: proprio quattro tagli da lame sulla falangetta dell’indice della mano sinistra.
Come si fa a essere così dementi?
Non lo so, ma l’epilogo della storia è che smettiamo di giocare, io vado al pronto soccorso, mi faccio dare tre punti sparsi su tutto il dito, tento di pulire tutto il sangue dai pantaloni buoni, piove, lo Spo coce la ciccia con maestria, ci strafoghiamo di paste, tentiamo di fare la lavatrice coi panni delle vacanze, sto tutto il girono col braccio per aria e un sibero attaccato alla mano, l’Italia fa una figura cacina ai mondiali, allaghiamo la dispensa perché non abbiamo letto bene le istruzioni della lavatrice ed era la prima volta che la usavamo, ripiove, giochiamo a Persona 3 presi un po’ dal ridere e un po’ dalla disperazione e la sera crolliamo a letto. Seddiovole il dito non fa male, non si infetta e mi lascia in pace. Vi paresse poco.

CAPITOLO #6 – LA COLICA

Oh, beh, sì. Era destino che riaccadesse. Stavolta l’altro rene, però.
Ieri mattina alle 6.30 mi sveglio con una colichetta alle grandi labbra. “Vai”, penso, “fra qualche giorno o settimana mi viene quella grossa… andrò a farmi vedere…”
E invece niente. Mi passa quella, arriva subito l’altra. Quella vera, renale, cattiva. Frank chiama l’ambulanza, che ci mette 20 minuti ad arrivare (Subbiano è a 5 km, è un mistero da dove siano passati per metterci così tanto). Mi bombardano un po’, lì per lì sembra che vada bene, mi dicono di andare all’ospedale di Arezzo a fare l’ecografia e se ne vanno. Ma mentre sono in macchina mi sento male un’altra volta. Vomito a strisciate fuori dal finestrino (che immagine soave) e mi contorco dal dolore, anche se un po’ meno. Mi portano nel codice giallo e sento le infermiere che fanno commenti alla fine del corridoio: “eh, certo, non capisco come mai dopo le medicine che le hanno fatto ancora si lamenta tanto… che soglia del dolore minima che ha! Figuriamoci se deve partorire, che scene…”, al che io trovo comunque la forza di incazzarmi e di gridare col poco fiato rimastomi “GUARDATE CHE VI SENTO!”. Dopo venti secondi appare dal nulla un’infermiera che mi chiede come va e io ribadisco che è un’ora e mezzo che sono in preda ai dolori, e che non c’entra nulla la soglia del dolore, a quanto ne so se una colica non la stoppi in tempo hai voglia te a buttar giù medicine… una dottoressa, mossa da pietà, mi chiede come avevano fatto a farmeli passare la volta prima, e io rispondo “m’hanno addormentato a forza di morfina, i dolori sono passati ore e ore dopo…”.
Eh bien, morfina è stata. Una sensazione sgradevole, stavolta, come di forze e coscienza di sé che se ne vanno, lasciandoti inerme e senza la forza di reagire a quel che ti accade intorno.
Insomma alla fine riesco a tornare a casa, con tanti porcai in corpo e tanto vomito secco da smaltire. Passo tutto il giorno in uno stato di totale inebetimento, di limbo fra sonno e irrealtà, con doloretti di tanto in tanto e la paura che non sia finita qui. Beh, se non riesco a produrre ‘sti calcoli, non sarà di sicuro finita qui. E infatti faccio pipì in un barattolo, febbrilmente. Ma niente, niente di niente.

Ecco, questo capitolo ancora necessita di un buon finale, e spero che domani tale parola “fine” possa metterla l’urologo.
Ma insomma, che ve ne pare? Sono o non sono stati 10 giorni di fuego? :D