Dai che mi piace vederti felice

S’era detto si ricominciava? E ricominciamo, allora.

Partiamo dal fatto che mi sa che cambierò template. Vita nuova, s’era detto, no? E allora facciamo tutto nuovo, ecchediamine. Ma con calma, devo ponderare. E devo poter accedere al mio fisso, che al momento è al piano di sopra, dove ci sono 11°C, temperatura che rientra nella definizione di freddo bussone.
La riconquista-del-tempo-perduto-non-so-bene-come prevede il recupero di: voglia di scrivere, tempo di leggere, forza di fare attività fisica, spinta verso qualunque attività creativa (sì, erano diverse le cose che latitavano, qui al mercato ortofrutticolo). Quindi, forza. Anzi, come diceva René Ferretti in Boris, DAI DAI DAI!

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La mattina di Natale ho finalmente potuto leggere tutto d’un fiato il secondo libro della mia amica Ninna, dopo averlo cercato senza successo un po’ dappertutto (alla fine ha vinto internet). Avrei voluto farlo in privato, ma tanto che sono qui a autoconvincermi che devo darmi uno scossone anche letterario, dirò la mia su questo solitario blogghino. E moja Feisbuk.

Do per scontato che si sappia quanto mi piace come scrive Ninna (anzi, Rossella, che fa più profèscional), non perché siamo amiche ma perché ci siamo conosciute via blog, ergo so benissimo cosa aspettarmi quando leggo qualcosa scritto di suo pugno (o tablet). Ormai sono quasi 10 anni (!!!!!!) che mi godo le sue performances narrative e nei suoi libri c’è tutto quello che amo del suo modo di scrivere. Indipendentemente dal contesto, Rossella è fedele a se stessa, quindi il libro è scritto bene, anzi, strabene. Ma del resto lei è in grado di scrivere con la stessa personalità e verve anche una lista della spesa dal ferramenta.
Detto ciò, veniamo al libro.
Visto che tanto quel che scrivo lo leggono solo pochi aficionados (che osanno), mi riservo il diritto di essere faziosa esclamando “crepate, Moccia e consimili, crepate! Volevate parlare di adolescenza? Di adolescenti? E risultare credibili? Ecco, imparate, bavosi”.
Ho letto diversa roba(ccia) in passato che in teoria doveva abbracciare questa certa fascia di lettori, che se leggono spesso sono anche esigenti. In tali libercoli nella maggior parte dei casi i personaggi risultano finti come le tette di Tori Spelling, verbosi come i ragazzini delle fiction italiane (ma chi parlerebbe mai in quel modo a casa sua o a scuola?), inseriti in situazioni estreme che, per carità, possono anche esistere davvero, ma di sicuro nella vita reale vengono sciolte o (non) risolte in altri modi.
Nei due libri scritti da Rossella questo non accade.
Ovvio, che c’entra, la parola scritta e quella orale sono sempre lì pronte a fare a cazzotti in qualunque forma narrativa, ma in Ti voglio vivere e in Mi piace vederti felice riesci a immaginare i personaggi che dicono davvero ciò che dicono senza sembrare dei deficienti. E già questo per me è indice di successo.
Oltre a questo, entrambe le storie funzionano e non solo perché sono credibili, ma perché sono costruite in modo che ti ci puoi effettivamente ritrovare dentro (anche se essere adolescente adesso o nel 1995 non è più la stessa cosa). Ci sono sia gli elementi che da sempre caratterizzano tutti gli adolescenti di ogni tempo, sia quelli specifici di una generazione diversa dalla mia (e da quella di Rossella, siamo coetanee), in cui i mezzi di comunicazione sono diversi e tutto va avanti un po’ più velocemente. C’è sia l’universale che il particolare anche nell’ambientazione: è Roma, o l’isola d’Elba, ma è anche un po’ Arezzo o la Maremma, o Milano o la Liguria, o ovunque in Italia. Forse anche in molte zone del mondo. Da qualche parte nei libri di Ninna raccogli un pezzettino di te e ti metti ad osservarlo, accarezzandone gli spigoli, che forse sono un po’ più smussati dall’ultima volta che ti ricordi di averli toccati.

In Mi piace vederti felice ci sono due cose in particolare che mi hanno soddisfatto nel profondo.
Primo: il modo in cui vengono trattati i sentimenti. Io odio simpaticamente i libri in cui gira tutto intorno a una storia d’amore, ma qui ne trovo tantissime, tutte diverse fra loro, delicate o tremende, naturali, in evoluzione, al di là del tempo e dello spazio e, soprattutto, di molte nature diverse… e sono tutte molto godibili. Tutte, dalla prima all’ultima, sono realistiche, per niente fuori posto, condivisibili e tratteggiate con cura, senza esagerarne i contorni per mirare al bagno di lacrime. La gente piange, qua e là (e anche il lettore lo fa, se è un frignone come me), ma è naturale che lo faccia. Si capisce il perché, cosa che non è un dettaglio banale. Inoltre, non gira tutto principalmente intorno alla classica storia d’amore adolescenziale che forse cccioè durerà tutta la vita o ffforse poi mi mollo, boooooh, però cccioè. Ce ne sono tre, in verità, di storie fra adolescenti, ma tutte interessanti, realistiche, e diverse fra loro. Ma credo che la vera protagonista del libro sia l’amicizia profonda che lega Aura, la nostra eroina, e i suoi compagni di vacanza. Che è una storia d’amore anch’essa, del resto. Conoscendo l’autrice e cosa significhi per lei l’amicizia, è un pensiero abbastanza lampante per me, ma credo sia evidente per chiunque. L’amore viene, l’amore va, ma gli amici veri sono sempre lì. Qualunque cosa accada. No? Sì, cazzarola, eh.

Secondo: i dettagli. Rossella è una che cura i dettagli senza allungare la narrazione e appesantirla inutilmente. Quando c’è bisogno di soffermarsi nei deliri emotivi (motivati) di Aura, si fa. Quando si deve descrivere l’aria ferma dell’estate in mezzo a un paesino dell’Elba, si fa. Quando si deve gettare un piccolo ponte verso il passato (la spazzola… la spazzola della nonna…), si fa. E’ un libro curato, chiaro e semplice, che passa attraverso tanti livelli di percezione della realtà. Anche se il punto di vista è essenzialmente quello di Aura e dei suoi scompigli (insomma, non è che non gliene capitino un botto tutte di fila), c’è spazio anche per tutto il resto.
Sto cercando di ripensare al libro facendo finta che non conosco Rossella e non è facile. Ho colto delle cose (o almeno credo) qua e là che in tanti anni ho intravisto negli aneddoti che raccontava sul blog o di cui abbiamo parlato via messenger quando eravamo entrambe più gggiovini, e ho piagnucolato. Forse avrei piagnucolato lo stesso se le avessi colte in modo diverso, da estranea assoluta, ma non posso saperlo.
Il fatto è che farei leggere questo libro a mia figlia, se mai ne avrò una, e sicuramente lo farò leggere a mia mamma. Mia nonna no che a 92 anni avrebbe qualche difficoltà a leggere i caratteri piccoli. Forse non lo farei leggere a una persona poco sentimentale o che non si ricorda com’era essere adolescente, fermo restando che le farebbe bene farlo.
Concludendo, è chiaro che è una storia per adolescenti. Non è che generalmente un adulto sbavi in libreria per questo tipo di narrativa. Però il libro vale la pena di essere letto e non solo da pre-post-adolescenti. Vi assicuro che ci troverete dentro almeno una piccola cosa che vi appartiene. Provare per credere.

 

(Ovviamente ogni lode sperticata è stata motivata dal pensiero del barattolo pieno di cookies fatti dall’autrice)

Ohhhh, ce l’ho fatta!!! E subito dopo il libro di Ninna mi sono letta Tsugumidi Banana Yoshimoto… un discreto salto dall’altro capo del mondo dell’adolescenza, e anche lì ritrovi l’universale e il particolare (che però non si afferra facilmente, cacchio, il Giappone è un altro mondo emotivo). Ma non lo farei leggere a un’ipotetica figlia prima dei 20 anni, sennò mi si ferma a pagina 7.

2 Responses to “Dai che mi piace vederti felice

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