Fusi orari

people walkingGuardo lo schermo del telefono e noto qualcosa: non ho ancora disattivato il widget che mi dice che ore sono in Giappone. Ho l’orologio con il fuso di Istanbul e quello di Roma, ma non quello di Tokyo. Ogni tanto lo guardo e mi chiedo che staranno facendo le poche persone che conosco che abitano lì. Guardo i video in cui la moglie di un amico cucina piatti tipici e rievoco con nostalgia sapori di difficile riproduzione qui in Italia. Mi godo il guilty pleasure di serie ciacine giapponesi su Netflix in lingua originale per il gusto di ascoltare il ritmo della lingua, così diverso dal nostro e da qualunque lingua europea.
Credo di avere il mal di Giappone.

Che poi, perché mai? Non scambierei la vista dalla mia finestra con il cielo di Kyoto, non sarei in grado di affrontare i ritmi di vita delle aree metropolitane e mi manca del tutto l’abnegazione giapponese al lavoro. Non è affatto il posto ideale dove vivere, almeno per me e per lo meno in città.
Eppure vorrei tornarci dopo l’estate, vorrei viverci un po’ e poi tornare in Toscana, e poi ripartire e poi tornare, in loop, per mesi. L’idea dell’aereo mi spaventa ancora, ma lo farei perché ne sento il bisogno. Mi sono sentita a casa come mai mi era accaduto in precedenza, eppure a malapena potevo mettere in fila tre parole comprensibili per la popolazione locale.

Si dice che sia una cosa normale. Che un sacco di italiani ci rimangono sotto. Che venire investiti dalla propria infanzia fa questo effetto. Che i nerdacchioni non oppongono resistenza davanti a tutti i loro idoli. Che se ti piace il pesce non puoi sfuggire. Che la diversità affascina e conquista.

Non lo so se sia normale, ma so che il widget con l’ora di Tokyo per il momento rimarrà ben saldo sulla schermata di inizio del mio telefono. Se non esplode pure lui.

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