Ichariba chode

Quando ero al liceo comparve un negozio di musica piuttosto sui generisi proprio sulla strada di casa. Il proprietario dipingeva miniature e teneva in bella vista cd che non avevo visto negli altri posti, roba mai sentita, per lo meno dalla me adolescente dell’epoca.

Mi consigliò di prendere questo:

Tornai a casa per ascoltarlo e non ci capii assolutamente niente. Non assomigliava a nessuna delle cose che avevo ascoltato fino a quel momento, e non ero poi così digiuna di musica.

Iniziai ad ascoltarlo a ripetizione, a volume medio, poi alto, poi altissimo, finché non mi resi conto quanto mi avesse colpito, quanto avesse rivoluzionato il mio piccolo mondo sonoro ancora implume.

Oggi compio quaranta anni. Ci credo a malapena. Non so quali debbano essere le sensazioni standard da provare in questa occasione, ma la mia è di genuina incredulità.

Non ricordo di essermi mai figurata seriamente la mia vita da grande. Troppe idee, troppe passioni, troppe distrazioni e la convinzione di avere ancora un mucchio di tempo prima di dovermi porre seriamente il problema. E in effetti, ancora non me lo pongo. Adesso che in teoria sarei grande, non so ancora cosa farò da grande.

Ma so cosa voglio fare oggi, domani, il giorno dopo ancora.

Voglio ascoltare musica che non capisco e imparare ad amarla. Voglio svegliarmi la mattina con la sensazione che il mondo sia ancora tutto da scoprire. Voglio farmi sorprendere dalle cose ovvie, se mi va. Perché alla fin fine non c’è proprio niente di ovvio.

Oggi mi è stato detto da una bella persona che i quaranta sono il migliore decennio che si possa vivere, perché c’è quella consapevolezza che prima non avevi, che ti aiuta a mettere le cose nella giusta prospettiva. Le credo ciecamente. Approdare ai venti prima e ai trenta poi non è stato indolore. Ricordo mesi di brutte nottate, incubi, crolli più o meno rumorosi. Oggi, invece, vedo tutto quanto di bello c’è nella mia vita. I miei genitori, i miei amici, il mio insostituibile compagno che mi scrive i bigliettini a fumetti per spiegarmi dove si trova la mia cena… Tutte le cose che ho messo in moto nei miei venti adesso danno frutti e quelle che non sono riuscita a vedere e apprezzare nei trenta adesso sono ben evidenti attorno a me.

Le voragini che non si possono colmare mi accompagneranno sempre, ma va bene così. Il vuoto, l’ansia, la paura sono sempre lì, ma intorno a me ci sono così tante cose e persone a alleviare il dolore e l’angoscia che posso permettermi il lusso di lasciar attendere i cattivi pensieri in sala d’aspetto.

Ci saranno molti momenti neri da qui in avanti, è inevitabile, e chissà quanto scaveranno nel profondo. Rimango comunque fin troppo sensibile a molte cose, perché la solida armatura di cazzomene amorevolmente intessuta nel corso del tempo non para i colpi, li attutisce soltanto, e mica sempre funziona. Però ho intorno a me una famiglia grande e variegata, legami di sangue e anime affini, un oceano di musiche inaudite che ogni giorno mi avvolge, mi sorprende, mi spinge a non fermarmi se non capisco, perché lo sforzo vale la pena. Una famiglia che c’è a prescindere da quanto si è vicini o lontani. Una famiglia distillata nel tempo, e per questo tanto preziosa quanto deliziosa.

Se i quaranta sono tempo di bilanci, penso di esser riuscita a realizzare tutto quello che per me era davvero importante.

Per il resto, c’è tempo. E a chi mi dice il contrario, sticazzi. E se poi non ci sarà tempo davvero, sticazzi lo stesso.

Buon compleanno a me!

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