L’Adieu

J’ai cueilli ce brin de bruyère
L’automne est morte souviens-t’en
Nous ne nous reverrons plus sur terre
Odeur du temps brin de bruyère
Et rappelle-toi que je t’attends

(G. Apollinaire)

Nonostante tutte le mie buone intenzioni, questo blog non prosegue con belle notizie.

Attualmente si è aperto un buco freddo e oscuro a pochi passi da me. Distante, certo, ma non abbastanza da non avvertirne il gelo che spira fuori da esso. Siam tutti lì a guardarlo, alcuni molto da vicino, altri più distanti.
E non so decidere se mi spaventa più il buco in sé o le condizioni di chi lo osserva proprio da sopra, investito in pieno dalla sua raccapricciante incombenza.
Tuttavia, poiché il buco non si può richiudere, a noi non resta fare altro che tendere la mano a chi è sull’orlo, e aspettare che qualcuno la stringa forte e si faccia trascinare qualche passo più lontano.
Non si può far altro che esser lì.
E non si può fare nient’altro.

Ieri sera, dopo aver ricevuto la notizia, mi sono fatta una camomilla. Non che ne avessi bisogno, intendiamoci. Però mi serviva fare qualcosa di abituale, di semplice, di estremamente banale, per poter notare ogni movimento, per osservare la mano che andava e veniva aprendo sportelli, riponendo vasetti, appoggiandosi su ripiani. Le dita che si muovono hanno un che di ipnotico, di consolante.
Il fatto che la vita continui a volte ha davvero dell’incredibile.
Il minimo che si possa fare per chi se ne va e non dimenticare mai quanto sono miracolosi questi gesti così banali e scontati.
E quanto è fragile e sottile la differenza fra essere vivi ed essere morti.

(Altre cose, forse, fra un po’, sul Galletto.
Ora non so.)

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