Nostalgia in Karl Johans Gate

Circa 48 ore sono più che sufficienti per provare amore per una città come Oslo.

Certe opportunità vanno colte al volo, nonostante i notevoli contro (… dicci Lypsak, quanto hai nel conto in banca? Ah, e dovresti prendere un aereo senza il Frank?… ARGH) e senza pensarci troppo su.
Così mi sono ritrovata a Oslo, una volta tanto senza occuparmi personalmente di mezzi di trasporto, alloggi e tempistiche varie, beatamente ignorante e dunque tranquillissima (bugia, non sono mai tranquilla se c’è di mezzo un aereo). Non del tutto per svago, non del tutto per lavoro… una situazione inedita per i miei standard di viaggio.

La faccio breve (…) e vi butto là le tre cose che mi hanno colpito di più.

#1 – La luce

opera house roof

Una parte del tetto dell’Opera House. Incredibile che non ci sia una ressa assurda di venerdì sera.

Non c’è storia, se non si è mai stati tanto più a nord di Londra non si può avere davvero idea di cosa sia la luce oltre un certo parallelo. La faccenda diventa ancora più spettacolare se all’equazione si aggiunge la vicinanza con il mare. Alba e crepuscolo sembrano durare ore. Il sole non sale mai a picco e quando lo vedi a mezz’asta ti travolge nel suo splendore, accecando te e la tua povera macchina fotografica.
L’amore è immediato; non è chiaro come mai, ma lo è.

oslo sunset from opera house

No, via… è chiaro perché te ne innamori.

#2 – L’architettura

Ahh, ora arriva lo spiegone da storica dell’arte mancata… E invece no. Non so un ca$$o di architettura in generale, figuriamoci di quella nordica.

architettura-stazione-oslo

Fuori dalla stazione centrale di Oslo c’è questo. E molto altro, in verità.

Una cosa però ve la posso dire: fra le città in cui prevalgono strutture più recenti, Oslo è una delle più architettonicamente equilibrate che mi è capitato di visitare.
Visitare la City di Londra o osservare le sponde del Tamigi a me dà il senso della diversità, del melting pot e della stratificazione delle epoche e delle persone in senso più verticale che orizzontale. Tokyo invece ha un respiro geometrico nella skyline, ma alla base c’è un formicaio di strade, direzioni, vite che brulica ai suoi piedi e in cui tu visitatore provincialotto abituato alla campagna vieni risucchiato, masticato e sputato fuori (con gentilezza! Siamo in Giappone, che diamine).

Oslo invece ha tanti volti, tante etnie, tante voci, ma tutte sedute a conversare senza urlare. Palazzi antichi e moderni convivono pacificamente sostenendosi a vicenda, a beneficio delle non troppe persone che abitano la città. C’è orizzontalità anche nelle spinte verticali. C’è tranquillità, ma c’è fermento. L’architettura e la luce brillante contribuiscono attivamente a questa sensazione.

Inoltre a Oslo ci sono così tanti cantieri e tante gru da far impazzire qualunque anziano.

#3 – Le persone

Narrano le leggende che più ti sposti nel Nord del mondo e più la gente diventa fredda e distaccata, gelida nei rapporti proporzionalmente all’abbassarsi delle temperature…
Sì, buonanotte: ho trovato più gentilezza e disponibilità in un qualunque singolo passante norvegese che in uno stuolo di commesse senesi sotto i trent’anni (è noto che debbano essere assunte in base a un rigoroso codice di acidità).

People on the House Roof in Oslo

Gente di Oslo, wo wo wo wooooo… (cit.)

Facezie a parte, l’accoglienza che abbiamo ricevuto a Oslo da amici, conoscenti e perfetti sconosciuti è stata calda e attenta. I sorrisi delle persone che incontri sono luminosi come il sole di taglio alle 10 di una mattina di fine ottobre, solo molto più caldi. Sarà che, se si sorride per primi, le persone educate tendono sempre a farti compagnia, ma mi sono sentita coccolata da tutti, dal commesso supertrendy del supermercato al nostro ospite Andre, che veriddio non ci ha fatto mancare niente. (E quanta pazienza ci vuole con gli italiani all’estero. Ci sarebbe un ampio margine di miglioramento generale da sfruttare, è un fatto)

Barnas Jazzhus in Oslo

Barnas Jazzhus: dove il mejo jazz prende forma!

Tralasciamo l’invidia che provo per i nostri colleghi nordeuropei, che hanno la possibilità di lavorare con i ragazzi (educatissimi, fra l’altro) in pace e a fronte di una dignitosa copertura economica… e anche di suonare con ragazzi da tutto il mondo nel jazz club più figo di tutta la Norvegia…

jazz-club-oslo

…daje, un po’ di invidia ci sta. 🙂

Un’esperienza davvero preziosa, da portarsi appresso nelle giornate più grigie.
(Ma si intuiva dal tono spiritato e sognante di questo resoconto, nevvero?)

Andate a Oslo. Godetevela. Fatelo. Ora.

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