The final cut

E’ strano stare in quarantena, ma è ancora più alienante quanto finalmente esci e tocchi con mano che fuori tutto è diverso e uguale al tempo stesso. Suppongo che la testa di ognuno di noi si attacchi con più veemenza a certe immagini piuttosto che ad altre: lo svincolo della Fi-Pi-Li semivuoto, tanto per dirne una, mi ha colpito più della fila di carrelli lungo la parete esterna dell’Ipercoop.

Ma non è questo che mi sta destabilizzando di più.

E’ il tempo ondivago.

Sia chiaro, a me piace stare a casa mia. Sarei più che contenta se potessi svolgere un lavoro che mi permettesse di godermi i miei spazi tutto il giorno, ma so che dopo l’entusiasmo iniziale finirei per perdermi. Completamente. E dire che ho una certa esperienza di lunghi periodi fra le quattro mura domestiche… dovrei aver imparato ma no.

Penso, penso molto. Penso a cose che mi hanno tormentato in sordina per molti mesi. Anzi, per la verità anni. Anzi, alcune per decenni.

Una, una in particolare. Una di cui non amo parlare a fondo con nessuno perché ne sono estremamente gelosa, ma in cui vivo costantemente immersa. Un evento che mi definisce. Mi scolpisce. Anche oggi, dopo così tanto tempo, è lì. Non riesco a pensare a qualcosa che, in un modo o nell’altro, non ne sia stato influenzato. A pensarci bene, è la lente attraverso cui osservo tutto quello che si trova dentro e fuori di me.

Se qualcuno vi consiglia di farvi dare una mano da uno specialista, fatelo, andateci. Per capire come gestire alcune situazioni ci vuole davvero molto tempo, così tanto che a un certo punto dovrete continuare da soli. Anzi, probabilmente lo farete senza accorgervene. Un giorno vi guarderete le mani e noterete quanti calli ci sono. Avrete lavorato più di quanto avreste mai immaginato, anche se forse non sempre nel modo giusto. E anche quando quella cosa là ricomincerà (ma avrà mai smesso?) a tirarvi la manica per farsi ascoltare, non sarà come le volte precedenti. Meglio o peggio non so lo, ma comunque sarà diverso.

Quest’anno, dopo tanto che non capitava, c’è stata una nuova, piccola evoluzione. Un cambiamento positivo, una volta tanto. Qualcosa di cui ho preso coscienza da poco e che mi provoca ancora sentimenti contrastanti. E che riporta a galla anche tutto il resto, perché quando scrivi una pagina nuova poi devi per forza rileggere tutte quelle precedenti.

Il dolore spesso è creativo. Se non può passare per la porta principale, scavalca il muretto del giardino, passa dalla finestra del bagno e si infila il primo accappatoio che trova. All’inizio si limita a spostare qualche suppellettile qua e là, poi ti fa il cambio di stagione negli armadi, infine lo trovi a colazione a guardare i cartoni animati divorando patatine alla paprika e masticandole rigorosamente a bocca aperta: solo allora capisci inequivocabilmente di avere un coinquilino. Lo riconosci. “Ah, ma allora eri tu, vecchio bastardo”. E ricolleghi tutte le anomalie, unisci i puntini e appare la figura dell’amicone che non ti molla mai. Ogni tanto dorme, ogni tanto ti lascia lavorare in pace. Ma il più delle volte si accolla e bisogna capire come conviverci pacificamente.

Ma alla fine va bene così. A volte, il dolore è tutto quello che rimane e per questo va accolto con tutti gli onori. L’importante è che non diventi il padrone di casa.

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