Trippitudine

Ok, partiamo dal presupposto che non ci credevo tanto.

Ho campato fieramente per anni senza uno straccio di istinto materno, sicuramente dovuto a tanti fattori sovrapposti che adesso non ci interessa sviscerare. Poi però ho pensato che se fossi arrivata oltre la menopausa senza aver nemmeno provato, ero assolutamente certa che avrei avuto qualche rimorso tardivo.

Così ho pensato “Vabbeh, dopo la fine della campagna GRV in corso smettiamo di usare protezioni e vediamo come va” (e questo già dà un’idea precisa di quanto il riprodursi prima dell’annientamento delle ovaie non fosse una cosa prioritaria, nonostante la mia veneranda età). Con l’idea che se non fosse successo niente (sai com’è, insulinoresistenza, utero retroverso e ovaio policistico sono praticamente anticoncezionali naturali XD) non me la sarei presa. Insomma, c’è sempre l’adozione no? E io con i neonati sono pure a disagio. Anche se mi avessero proposto un preadolescente non mi sarei scomposta più di tanto.

Poi è arrivato il 2020 con la sua pandemia e gli eventi di gioco sono slittati di un anno e mezzo. Quindi ho rimandato ancora. Per motivi complicati da spiegare, non potevo nemmeno pensare di buttarmi in un’avventura senza prima averne portata a termine un’altra. Che fosse effettivamente cominciata o meno, non volevo rischiare. Non ero nel mood. Troppe cose da risolvere dentro la mia testa.

A ripensarci ora, ho fatto bene. C’è gente che si impegna per anni e non cava ragni dal buco. A noi sono bastati pochi mesi, senza fare calcoli o cose strane, senza affannarsi più di quel tanto, e due settimane entrambi a casa di isolamento per covid.

Ci ho messo otto settimane per sospettare di essere incinta e tutto grazie a un’intuizione altrui. Pensavo che ci sarebbero stati subito problemi, che la statistica dei primi tentativi sarebbe stata anche a mio sfavore, e invece sono arrivata a 28 settimane, ovvero più o meno sei mesi e mezzo, e fa strano.

Molte amiche mi hanno detto che, al netto delle rotture di palle fisiche, la gravidanza è stato il periodo più bello delle loro vite, ma non credo di vederla così. Forse, nonostante un’invidiabile bolla zen che ovatta tutte le mie sensazioni, tutto sommato ancora mi aspetto che succeda qualcosa di sgradevole, che qualcosa vada storto in qualche modo, e quindi non mi affeziono, non la prendo davvero sul serio, non mi creo aspettative.

Ci chiacchiero poco con il giovane, anche perché ancora mi chiedo come possa sapere che mi rivolgo proprio a lui. Però cerco di godermela uguale, perché se io sono tranquilla immagino lo senta pure lui. Quindi prendermi cura della mia pace interiore è il mio modo per abbassare la CD delle sue prove di sopravvivenza.

Immagino che ognuna (e ognuno) viva la maternità come si sente e che non esista davvero un modo giusto o sbagliato di affrontarla, nel bene o nel male. Non esiste nemmeno un’unica ragione che ti porta a decidere di buttarti nella mischia e la mia non è certo particolarmente nobile, per così dire. Ci sono persone che desiderano fortemente avere una prole e sono pronte ad affrontare qualunque calvario per riuscirci. Persone che non vedono l’ora di. Persone che non riescono a pensare a nient’altro. Persone che vivono l’attesa con un entusiasmo inarrestabile. Persone che non si sentirebbero del tutto realizzate se non avessero dei pargoli.

Ecco, io non sono fra quelle persone.

Sono contenta di avere una nuova avventura davanti, un mistero da sciogliere insieme al mio insostituibile coinquilino e compagno di viaggio, ma non l’ho cercata ossessivamente, mi sarei sentita completa anche senza, sono beatamente ignara di quello che una brava madre dovrebbe sapere, preferisco essere scaramantica che efficiente (nel senso che finché non esce e non si sa che è davvero sano non faccio troppi progetti) e se immagino il futuro non è quello immediato della fase neonatale (che mi perplime e mi mette a disagio – lo ribadisco, i neonati mi mettono da sempre in soggezione), ma un momento più distante nel tempo, quello della comprensione e dell’educazione. Quando ci puoi ragionare, insomma. Quello in cui l’insegnante che è in me si confronterà con la madre, e vediamo se riuscirò a mettere a frutto quello che ho imparato osservando genitori e colleghe, nel positivo e nel negativo. Se mi farò fregare dall’ormone cinebrivido o sarò in grado di mantenere le redini del buon senso.

Ho comunque chiesto alle amiche più refrattarie all’infanzia e alle gioie della maternità di tenermi sott’occhio. Non si sa mai, no? Conosco fin troppa gente in gamba che si è fatta accecare dallo strabordante amore genitoriale, creando ai rampolli danni difficili da rimediare. Non ci voglio cascare anche io.

Per il resto, in qualche modo si farà. Spero solo, come tutte le future madri al mondo, che sia sano, e che eventuali problemi siano risolvibili o gestibili. Almeno questo credo sia in linea con il trend generale 😀

Così, eccoci qua. Inizio a riconoscere quando è lui a muoversi e non il mio intestino. Dormo teneramente abbracciata a Kitsuragi, un amante in fibra di cotone alto quanto me, con buona pace del giovane Frank che un po’ me lo invidia, lo so. Bestemmio contro le parestesie, non ho nausee, inizio ad aver problemi a piegarmi in avanti. Vado in piscina ogni volta che posso. Mi guardo in cagnesco con la sciatica. Cerco di non metter su troppo peso. La prendo con calma, che è caldo. Confronto le mie ansie evanescenti con quelle del giovane marito, affascinata da quanto ci preoccupino cose completamente diverse. I pensieri negativi che ardiscono a farsi avanti in breve scoppiano come bolle di sapone, tranne quelli contro la tastiera del pc che ha alcuni tasti in crisi di identità. Mi chiedo come abbia fatto a non prendere la toxoplasmosi in 42 anni di felini e cattive abitudini. Mi manca un po’ l’alcool, ma tanto già bevevo poco. Osservo quest’estate caldissima prevalentemente da dentro casa, il che è strano per me. Ma ok. Come ho detto, sono zen.

Forse qualcuno potrebbe pensare che non sono abbastanza coinvolta in questa gravidanza. Che dovrei sprizzare gioia da tutti i pori, parlarne in continuazione, seguire corsi e prepararmi a stravolgere la mia esistenza e le mie priorità. Nel qual caso… beh, esticazzi? Io so’ così e se non ti garba, vai pure a appuntare prepuzi col trincetto.

La cosa che mi sono fermamente imposta di non dimenticare mai è che ciò che siamo, così come ciò che proviamo per le persone che via via conosciamo, è un infinito tavolone pieno di torte. Quando arriva qualcosa o qualcuno di nuovo non si tolgono le torte già presenti per far spazio, ma se ne aggiungono altre. Tanto, c’è posto per tutto. Per questo diventare madre non deve e non può togliere niente a quello che già sono, ovvero donna, figlia, amica, moglie, amante eccetera eccetera eccetera. Magari per un po’ le priorità saranno un po’ diverse, ma ci sarà sempre spazio per tutto e tutti. Come ho già scritto, è una nuova avventura. Quindi, pronti ad aggiungere una nuova torta.

Speriamo sia deliziosa.

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