Mentre s’aspetta…
…la seconda parte del post su Londra e Parigi (ma l’aspettate veramente?), vi informo di ciò:
- ho 32 anni e un giorno
- ho mangiato troppo
- ho degli amici gurilli
- ho un Lurker a Siena (damn it)
- ho.
- ho ho ho.
Eccoci qua.
Non si può dire che col tempo si migliori, ma potrebbe anche andare peggio.
Londra-Parigi tout court!
Eccomi, sono rientrata, e prima che torni ad affusolarmi sotto le coperte per ripigliarmi dall’impresa vi voglio fare una rapida cronaca del viaggio. Preparatevi, che sono 12 giorni di panico.
Day # 1/2 – La luuuunga notte
Come vi avevo precedentemente accennato, il mitico (?) duo deve prendere un aereo tipo alle 6.30 da Pisa. Impresa non facile, considerato che gli ultimi treni notturni arrivano in loco (e non in aeroporto, obviously) tipo all’una di notte. Allora i nostri due baldi giovani si armano di pazienza (e di euro, maledetti baristi pisani) e si recano nell’unico bar aperto vicino alla stazione dove per tipo 8+ euri ottengono un tè caldo, un caffé d’orzo e una pasterella. Il tè da solo costa 4,60 €, ladri infiniti. Ma il posto è GLAM e noi siamo lessissimi. E ancora nemmeno siamo partiti… la nottata è lunga, ma la giornata che segue sarà campale…
Day # 1 – Finally landed
Dopo le solite (mie) scene di panico in aereo che ormai non preoccupano più nessuno a parte me e dopo la veglia forzata per motivi scaramantici (“Se mi addormento moriremo! MORIREMO TUTTI!!!”), io e il Lurker atterriamo e ci prepariamo a trascorrere svariate ore in giro coi bagagli in attesa del treno da Liverpool con il quale dovrebbero arrivare i nostri amici Kirsty e Anthony, che poi ci guideranno a casa loro… Girelliamo mezzi tronchi a Camden, dove siamo così provati e disorientati che a malapena riusciamo a trangugiare SOLO un misconosciuto piatto messicano (incredibile, nevvero? Ma ci siamo rifatti in seguito), ma i chilometri da macinare sono ancora così tanti che ogni tanto collassiamo ovunque si possa…
Dopo aver impiegato un tempo considerevole a cercare di capire che autobus ci serve per tornare verso il Tamigi, riusciamo a raggiungere Hyde Park nella speranza di metterci un po’ tranquilli e sonnecchiare sopra una panchina umida qualunque, basta che permetta un’inclinazione orizzontale… se non fosse che il posto è dominato da un luna park natalizio con una pista di ghiaccio da paura e un botto di gente, nonché la neve finta che cade da non si sa dove e tanti, tanti, tanti bambini. Proviamo a girellare un po’, ma con la valigia al seguito la cosa si fa controversa e pericolosa per i piedini degli infanti (il che va benissimo, bisogna che capiscano che la vita è dura fin da piccini XD) e per il mio equilibrio psico-fisico E la mia fedina penale.
Evitando miracolosamente l’attuazione di una colossale strage degli innocenti infine giungiamo a casa dei nostri anfitrioni: trattasi di appartamentino con autentica finestra sul cortile (interno) che meriterebbe un capitolo a sé (e ci sarà) in quanto posto bellissimo e tremendamente inglese… Da notare intanto che tutto l’ambiente è dominato dalla presenza di coloro che saranno i nostri compagni di stanza, sempre ammesso che non venga loro voglia di disfarsi di noi mentre dormiamo (il che è probabile, date le loro dimensioni). Ora che siamo giunti al termine della vacanza, devo ammettere che non so ancora perché ci abbiano lasciato in vita. Considerata l’assenza totale di fondo nei loro stomaci, credevo ci avessero mangiato prima di Capodanno. Stranissimo.
Day # 2 – I misteri di One Tree Hill
Poiché le delizie del viaggio ci hanno – per così dire – tritati fini fini, il giorno dopo ci facciamo una bella camminata intorno alla zona dove abitano i nostri splendidi ospiti; purtroppo per me il tour si svolge tipo a 300 km/h perché tutti tranne la sottoscritta sono muniti di gambe molto lunghe e io non posso far altro che arrancare nella loro scia… però apprendiamo la storia di Honor Oak (ma per ora non ve la racconto) e ci godiamo ampiamente il panorama, che merita un sacco… che mica penserete che Londra è solo la City, vero? Ah, ecco. Se non siete stati a Peckham e dintorni, non avete visto una s3ga. Diciamocelo. E comunque la sera Anthony cucina un riso buonissimo con le bietoline rosse, che io dovrei evitare come la peste, ma de qualcosa tanto tocca morì e a me piacciono così tanto… e poi sia mai che non mangio un riso FUCSIA.
Day #3 – Fallo al British!
Ok, ci siamo ripresi. Ci sono volute due notti ma alla fine eccoci pronti per finire di vedere il British Museum, tour iniziato due anni fa e mai completato. Ce la possiamo fare. Che ci mancava? Un piano intero? Ma… ma… oh beh. Iniziamo. Ci godiamo la vista di una delle stampe più antiche dell’Onda di Hokusai (sublime). Ci procacciamo il cibo (orientale) e lo sterminiamo sul gradino di un marciapiede.
Continuiamo. E troviamo dei falli.
La cosa non ci disturba affatto.
E comunque NON finiamo il tour manco stavolta. Magari alla terza… toccherà ritornare, via. Che sacrificio, guarda… e poi torte. Quiches. Figate.
Day #4 – L’insostenibile leggerezza di Soho
Si sapeva già, ma è bene ribadirlo: è pericoloso andare in giro per Londra. Ti sia attacca tantissima roba alle mani e non sai come mai. Soprattutto, MAI entrare in un grande magazzino londinese senza la consapevolezza di avere un conto in banca alle porte coi sassi. MAI. E’ la vostra unica salvezza, e a volte non è sufficiente.
Comunque, fra le cose che avevo interesse a procacciarmi (o meglio, fra quelle che mi posso permettere) trovo ciò: potrebbe sembrare un vezzo da dilettante, ma io spero proprio che rappresenti qualcosa di ben più che un hobby. Ma se ne riparlerà, spero. In ogni caso, dopo aver visitato svariati piani di un mega centro commericale di cui mi sfugge il nome ricolmo di DESIGN, scopriamo quant’è buono il fast food fatto bene e ne gioiamo come ricci sulle spazzole, scofaniamo torte in quantità indecorose e giriamo come bimbi curiosi nei recessi dei negozi di Soho… ovviamente piove, ma poiché siamo in uno dei quartieri più fighi di Londra ci adeguiamo sfoggiando l’ultimo grido della moda: lo stile Dérelicte. Très chic. (Se c’è in Zoolander, esiste. Punto.)
Ma mi sembra che siano già diversi capoversi che non vi parlo di cibo. Male, molto male. Perché la sera è il momento del ristorante indiano. Che bel momento… e che bella compagnia. E che bel cibo. E che bel pasto. E che… ok, avete capito.
Day #5 – New Year’s Eve Science
Prima che l’anno finisca, io e il Lurker facciamo una scappatina allo Science Museum che la volta precedente abbiamo dovuto totalmente bypassare… Contiamo di dargli una bella sgrossata visto che abbiamo una mattinata a disposizione, voglio di’, siamo bambini grandi, non è che abbisogniamo di – OMMIODDIOCHEBELLO! Ore, ore e ore ci avremmo passato dentro! E’ un paradiso! E’ meraviglioso! E’ un posto inquietante e stupendo! E’ pieno di giochi interattivi! E’ ciò che può trasformare un bambino normale in un giovane nerd DOC! Non che ne avessimo bisogno, ma… dei, migliaia di volte meglio di qualsiasi luna park… E non riusciamo a vederne che un’infinitesima parte, tutti presi a guardare TUTTO e a giocare con qualunque cosa…
Ma non possiamo schiantarci dentro il pomeriggio intero (e comunque servirebbe una settimana al ritmo in cui ci muoviamo affascinati e dondolanti in mezzo alle sale) perché c’è da preparare la cena di San Silvestro… Il menù è opera della padrona di casa, impareggiabile donnino di mondo: cannelloni (questi tirati a mano dall’immarcescibile duo di cui sopra), insalata di bufalino e arancia, fishcakes, caci vari e stilton a volontà (il Lurker l’ha sterminato con goduria quasi perversa) con biscotti adeguati da mangiarci insieme, hummus e salsine varie innumerevoli di cui una che ancora ricordo con amore… una mistura incredibile fatta da non so quale azienda cinese irreperibile nel territorio londinese (o, se sì, chissà dove). L’ho amata. Le ho giurato amore eterno. Mi ha distrutto le papille gustative, ma io l’ho amata tanto. Foreva.
Insomma, alla fine ci siamo sfondati (ma con garbo) e abbiamo guardato i fuochi dalla collina, mentre intorno a noi la gente cantava Auld Lang Syne briaca fradicia e cercava di far innalzare in volo le lanterne cinesi che puntualmente si incastravano in mezzo agli alberi bagnati… un bel modo di iniziare l’anno, è un’esperienza che vi consiglio caldamente, soprattutto se avete amici vecchi e nuovi accanto con cui sparare cazzate e un Lurker caldo e accogliente presso cui rifugiarsi quando tutti vanno a dormire e insieme al quale sognare di nuovi pranzi, nuove avventure e nuovi amici da incontrare sulla strada…
(fine della prima parte)
…end a héppi niu ììììììar!
PREMESSA
Domanda: Pronta per partire per Londra col Lurker?
Risposta: Ho l’influenza, mi cola il naso, mi bruciano gli occhi, ho paura dell’aereo, stanotte tocca fare afterhour in stazione o non so dove al freddo perché l’aeroporto di Pisa non apre prima delle quattro, dobbiamo pulire casa, digerire i pranzi di Natale e se mi prende una colica durante il decollo sono una donna finita.
Domanda: E quindi? Sei pronta?
Risposta: Sì, che diamine.
EVVIVA!!! Buon Natale a tutti!!!
Prima di levare le tende (grazie agli ultimi dindi rimasti… ma che cavolo, poi chissà quando mi ricapiterà!) e farmi ospitare dalla Kirsty che – santa donna – ogni tanto mi offre asilo politico da lei nella capitale londinese, volevo fare a tutti auguri a profusione e a garganella, perché con l’aria che tira c’è bisogno di tanta fortuna in giro…
Purtroppo non ho modo di venire a salutarvi uno per uno nei vostri sublimi blogghi (ma vorrei) per la scarsità di tempo disponibile a disposizione (e perché sto scroccando il portatile al Lurker… in compenso al connessione è mia, quindi si fa pari), però ci tenevo a salutarvi e a mandarvi tanti abbraccioni d’incoraggiamento per qualunque cosa vogliate intraprendere nell’anno nuovo…
…e poi è uscito il gioco, quindi ce dovete giocà!

Brutte persone & belle imprese
Latitavo? Sì. E dire che ne son capitate di cose belle…
Tipo questo post… che mi ha sciolto letteralmente il cuore, e di questi tempi son cose che ti rimettono al mondo…
E queste persone qui, che sono il nocciolo della questione… O meglio, una buona percentuale…
Perché gli amici, cavolo, gli amici sono fondamentali… Gli amici che vedi poco, molto, quando capita… che importanza ha?
Quando hai bisogno ci sono… quando è il momento di passare una bella serata, sono lì… E quando ne trovi uno, fan come le ciliege…
E il resto, dopotutto, importaunasega, no?
No! Cioè, sì! Ma no! Ovvero… Dopo un anno di lavoro non sempre assiduo, ce l’abbiamo fatta! Quindi importa! E ve lo dico!
Abbiamo partorito qualcosa! (No, niente bambini di ciccia. No.)
Eccolo, il nostro virgulto! Che non sarebbe stato possibile senza la Ina che ha disegnato tutto il disegnabile…
Che roba è? E’ un gioco RPG, cari voi! Intero… Completo… Non ci si crede nemmen noi che siamo riusciti a finirlo… Fra un paio di giorni lo mettiamo scaricabile on line absolutely free (e te credo)… qui trovate qualche info in più ad uso e consumo di chi non ha la minima idea di che roba possa essere… In questi tempi di magra generalizzata e di speranze infrante, almeno possiamo gongolare un po’ per il lavorone fatto. De qualcosa tocca gioì, no? E a me basta poco. Fortunatamente anche al Lurker.
Presto ve ne parlerò più diffusamente. Devo farlo, cazzarola. E’ stato davvero una gestazione da elefantessi.
Ah, i post sconclusionati. O no? Oh, sì. No. Sì-no. Va bene. (cit.)
“I’m a fOcking rocket scientist!”
Forse non tutti sanno che a MG non ho la televisione. Di fatto non ho proprio nessun apparecchio atto a ricevere trasmissioni televisive (capito, RAI? Non insistere oltre nel tormentarmi) e questo perché il mio interesse nella scatolina magggica nei miei ultimi tempi a casa a Arezzo si riduceva ai cartoni animati (pochi) e ai polizieschi (meno ancora).
Già, i polizieschi! Forse non tutti sanno che sono un’appassionata di gialli classici, soprattutto del giallo all’inglese, nonostante sulla carta il mio preferito e imbattuto sia lo sferico Nero Wolfe, signore indiscusso del suo genere (che è a metà tra la detective story e il giallo scientifico – dio come l’amo). Questo fa di me anche una discreta estimatrice di serie televisive nel segno del giallo, ma com’è ovvio nell’era pre-internet non avevo la possibilità di godermele in lingua originale. E infatti per anni le ho seguite, sì, ma mai con così tanto interesse.
E poi è arrivato il Peer-to-Peer. Grazie, mamma, per avermi fatto studiare inglese fin da pischellotta, grazie!
Un mondo di infinita delizia fonetica mi si è aperto davanti… un mondo in cui espressione facciale e gestualità FINALMENTE hanno qualcosa a che vedere con le parole e il modo in cui vengono pronunciate! Ah, soavità! Ah, tripudio! Ah, soddisfazione perversa! (Se prendo una seconda laurea sarà in Linguistica, sapevàtelo.)
Poiché svegliarsi alle 7.10 in una mattina in cui potresti dormire di più e non riuscire a prendere sonno rende rigonfi d’astio ma anche generosi, voglio segnalarvi tre serie tv che potrete apprezzare davvero solo ed esclusivamente se le guardate in lingua originale, non importa se capite una cippa di quel che viene detto o no. E’ come per i film giapponesi: se li guardi doppiati pensi che gli orientali siano tutti mezzi psicotici, ma se hai il coraggio di ascoltare (capire sarebbe eccessivo) la versione originale un intero mondo di mimica facciale a noi estranea prende improvvisamente significato.
La prima. CASTLE. La trasmettono anche su Rai Uno, mi raccontano i miei genitori, che la apprezzano anche così.
Io ho sentito la pubblicità alla radio e ne ho intravisto un 10 secondi netti in tv. ORRIBILE. Una serie così gradevole, con personaggi così simpatici e intriganti… una tragedia. Lui, scrittore piantagrane ma brillante e preparato, voce calda e molto espressiva in origine, diventa un fastidio vivente con la cassa di risonanza dimezzata. Immaginate un uomo non bellissimo ma fascinoso, non proprio filiforme, che parla con una vocetta stretta e ossuta da segaligno. Peggio del gesso sulla lavagna. O vogliamo dire qualcosina sul Capitano Mongomery, un bell’afroamericano distinto e maturo con la voce da pescivendolo ariano, o sulla povera detective Kate Beckett, una dura infinita con una bella voce sensuale all’occorrenza che invece si ritrova a parlare come una bionda post-adolescente? No, non vogliamo.
Ma mica ce l’ho con i doppiatori. A volte riescono addirittura a migliorare un film con la loro performance. In questo caso invece le scelte fatte hanno portato a un’unica, indiscutibile conclusione: se guardate Castle in italiano, state guardando una serie diversa da quella americana. Non fatevi ingannare dalle trame uguali e dagli attori così somiglianti. V’hanno inculato.
E un’altra sonora bottiglia si intrufola nel vostro sfintere se decidete di spaparanzarvi in poltrona per godervi (HA!) la versione italiana di un’altra piacevolissima serie, SHERLOCK (perché la BBC produce certi splendori e noi no? RAI, perché vuoi che la gente intelligente ti paghi un qualsivoglia canone per le futilità che trasmetti tu?). Non esiste. La serie italiana non esiste. Il doppiatore di Benedict Cumberbatch (che interpreta felicemente Sherlock Holmes, gran bell’ “high functioning sociopath”) è stato costretto con una pistola alla tempia a prestare la sua voce, di sicuro, non si spiega altrimenti. E’ come se Bud Spencer si mettesse improvvisamente a parlare come Terence Hill – con la sua vera voce, intendo, quella di Don Matteo. Non ho avuto il coraggio di guardarlo a sufficienza per sentire Watson. Tenero, dolce Watson. In gamba Watson. No, no, via, non me lo rovinate. Non capite l’inglese? Fa niente, davvero, limitatevi a fare come se steste ascoltando la musica mentre leggete i sottotitoli. Ci vuole poco allenamento e ne vale davvero la pena.
Altra serie intraducibile (e incomprensibile, qui ci vogliono davvero i sottotitoli a meno che non siate londinesi puri, credo) è MISFITS. Non siamo più nel genere, ma vale la pena di guardarsela mentre si pasteggia. Purtroppo, ho appena scoperto che esiste una versione doppiata in italiano. Non ci provate nemmeno, fate un favore a voi stessi e non fatelo neva-eva. M’inquietava l’idea che a doppiare Kelly (la vera tamarra nell’immagine e nell’idioma) ci mettessero Ilaria d’Amico (“Eragoooon! Cccioè, così non vva fra nnoi, il nostro rapporto ddeve essere più, ccciè, non mi bbbasta….”) e non è successo, ma mi rifiuto di avere un altro trauma uditivo di qualunque genere.
E’ come per il doppiaggio italiano di Sheldon Cooper (TBBT) o Olivia Dunham (Fringe), che in realtà parlerebbe come Vera De Milo, ovvero con il pitch abbassato a palla. Non mi potete rivoltare così le performances altrui. Eh.
Ottimo, per scrivere questo post sterilmente polemico ho impiegato ampia parte di questa mattinata. Suvvia, vediamo di compicciare qualcosa. Tipo, che ne so, scendere dal letto e vestirmi…
Nel nome dell’O(c)io
Della serie, “il blog non serve a niente, però aiuta”, eccoci pronti per una nuova puntata di ODIO SENZA FRONTIERE! Evvivaaaa!
Diciamo che la mattinata parte subito bene alla volta dell’ospedale San Donato per una sudata visita di controllo (reparto nefrologia, l’antipastino), visita prenotata tramite l’utilissimo Cup telefonico (servizio che non ha funzionato per due settimane, ma transeat): la gentilissima (davvero) operatrice si era raccomandata di andare a pagare il ticket il giorno stesso della prenotazione (“mi raccomando, eh!”) al Cup dell’ospedale (“mi raccomando, eh! Lì!”) e armata di pazienza e buona volontà mi reco lì un’ora prima dell’esame (che è alle 10).
Ore 9: settanta persone davanti.
E vabbeh, dico al Lurker, ci sono sette postazioni, ce la faranno, no?
No.
Perché nel frattempo le postazioni attive diminuiscono, con la tizia alla n°2 che comunica telefonicamente con non so che reparto in non so quale parte dell’universo, le tizie della 8 e 6 che discutono fittamente di qualcosa, la tipa alla 1 che è fuori per colazione. E intanto chi prende il numero via via si ritrova davanti 80, 90, 100, 110 persone. Dov’era la meravigliosa comodità nel prenotare via telefono? Mi sfugge…
Alle 9.45 (ancora 20 persone davanti) mando il Lurker a implorare compassione dal nefrologo, mordicchio nervosa la mia ricetta rosa e finalmente, alle 10.10, tocca a me. Trenta secondi e ho fatto. Ovviamente l’ambulatorio dove devo andare è dall’altra parte del mondo.
E va bene, no? Va bene. Considerato poi che le indicazioni del nefrologo sono… mhh. Strane. Tralasciamo.
Poi, saltato un impegno di lavoro, si torna indietro verso Subbiano: di prima mattina nella posta ho trovato sia l’avviso di una raccomandata da ritirare (e non son mai buone notizie) che quello riguardante alcuni misteriosissimi documenti in giacenza dai vigili che urgentissimamente lallallà. Con l’angoscia nell’anima vado in Comune (“o tò, stamani c’è pure il mercato… Fammi scendere qui, va’…“). L’ufficio è chiuso. Salgo le scale cercando un vigile, un santo, un’entità superiore qualsiasi che mi faccia entrare. Faccio il percorso due volte. Arriva il Lurker trafelato. Arriva il colon irritato. Arriva un vigile sbarbato. Yeeeh!
Egli (il vigile), con fare quasi di scusa, mi porge il grimorio del mistero: accertamento ICI, signorina mia, qua lei non ha pagato, sa? (Non lo dice il vigile, ma il grimorio). Vada su di sopra all’ufficio tributi che le sapranno dire. (Non lo dice il grimorio, ma il vigile)
Vado. C’è maretta perché un principino ultracinquantenne ha saltato la fila causando ulteriore spargimento d’odio. Sorrido istericamente, so ormai da ore che la giornata può solo peggiorare e mi sfogo pure con l’omino inca$$ato. Poi entro. La responsabile è davvero una grandissima donna (e quando sono così bisogna riconoscerglielo e lodarne imperituramente l’operato) e cerca di aiutarmi in tutti i modi, asciugandomi praticamente i lacrimoni e ignorando con fare materno la mia voce lievemente spezzata dal pianto incipiente. Esco con l’animo turbato ma consolata a dovere. Chiamo mia mamma. “Guarda che l’ICI l’abbiamo pagato, sai. Esattamente quella quota lì, ma senza mora”. Ah. No, dico, AH. Brutte m3rde, ma che volete da me? Cosa? Che? CHEEEEE?
Ma non è colpa del Comune. Dell’Ufficio Tributi. Della meravigliosa responsabile. Neanche della Madonna, evidentemente, però la chiamo in causa uguale, per tenerla informata.
Vabbeh, dai, ci penserà la commercialista. Dai, sì, crediamoci, ca$$o.
Ma poi eccola, finalmente, la sacra raccomandata! La botta finale! Prima o poi dovevo riceverla… maledetti infami truffatori… qui non dico altro, vi rimando a un vecchio post che non mi sento nemmeno di andare a cercare (e tanto non diceva niente, come al solito). Parte la telefonata a un’amica. Avvocato. Era improbabile che mollassero l’osso. Infami carogne. O vediamo chi ha il capo più duro.
Arrivata a casa, decido che è il momento buono per accatastare tutti i motivi di frustrazione possibili e immaginabili su questa giornata, in modo da poterli esorcizzare tutti in gruppo, invece di dover fare una fatica immane per poi rifarmi daccapo il giorno dopo.
Faccio un paio di telefonate per capire come stanno le cose per la PPO. Mi deprimo, ma non troppo.
Controllo i barattoli in frigo. La meravigliosa bomba di Suverato ha fatto muffa. Ci siamo dimenticati di rimetterci sopra l’olio, o io o il Lurker. O entrambi. Mi metto a ridere, perché piangere mi fa fatica.
Il Lurker mi fa sedere sulle sue ginocchia. Gli propongo l’eventualità di andare ad abitare ad Ayers Rock, tipo. Perché questa mattina da sola ha sbancato tutti i miei sforzi precedenti nell’evitare lo stress. Quanto guadagnato in mesi di condotta quasi esemplare in termini di equilibrio fisico e mentale è stato risucchiato via in meno di 4 ore. Insomma, mi rifa male la schiena. Serotonina, dove sei? Torna, torna da me. Torna.

Ve lo avevo detto, no? Mai dire che le cose vanno bene. MAI! Lamentarsi, sempre e comunque, a ragione o a torto.
Nel nome dell’odio. E dell’ocio.
UaaaaaaAAAAAAaaaagh.
Dato che Splainder è sempre stato paraginabile a un felino di qualunque taglia attaccato strenuamente alle parti più delicate del corpo umano, ho migrato il blog dell’Arbia Big Band su wordpress. Ho anche migrato il blog (lasciato a se stesso, almeno finché le giornate non diventeranno di 48 ore) del Lurker, perché per quanto attualmente in pausa è ricco di ricordi e testimonianze significative.
Ma per migrare il buon vecchio Entroglifero mi ci vorranno secoli e secoli. Amen. E poi ci sono anche gli ALTRI… dei, speriamo che Splainder non chiuda a caso, così.
E vabbeh. Sarà anche il caso che mi prepari qualcosina per la lezione di mercoledì al museo. Quest’anno pensavo di trattare i fumetti… che dite (SONDAGGIO), ne caveremo fuori le gambe?
a) NO.
b) No.
c) Mah.
d) Beh.
e) Sì. (no, dai, questa togliamola.)
Attendo fiduciosa il vostro giudizio. Stay tuned.
Loading…
E’ vero, sono latitante.
Ma come spesso accade, sono a un bivio e non so cosa succederà nel futuro immediato. Poiché appartengo alla corrente di pensiero “non ci credo ma ci spero” riguardo alcuni fenomeni sovrannaturali / filosofie assortite / creature fantastiche & mitologiche, in una visioone del tutto dylandogghiana dell’universo, mi concedodi tanto in tanto un po’ di scaramanzia, che in questo caso specifico si traduce nel fatto che preferisco non sbilanciarmi su nulla. Insomma, un etto di battute sprecate per dirvi -cosa? Niente.
Però ormai sono qui, e dopo tutto ci sono millemila altre cose da condividere…
Cosa preferite, il menù di stasera, ovvero un paio di tranci di salmone da marinare e gustare a tocchettini accompagnati da champignon a fettine con scaglie di bufalino stagionato (ovvai)? Un paio di tirate lunghe sulla precarietà della salute in generale, e più specificamente della mia, che ha un equilibrio mooooolto delicato da tener sempre presente, altrimenti TA-TAHN – giù dolori? Oppure una disquisizione sul nostro prem- OPS! ex premier e sui suoi amichetti e su quanto ancora la loro presenza nelle nostre vite sarà opprimente, di strascico o da lontano – che poi lontano mai sarà?
No.
Preferisco condividere con voi la mia gioia. Nella mia umile vita c’è solo una cosa, dopotutto, solo una singola cosa che non ha ancora trovato una sua strada (ed è il lavoro, niente di originale rispetto al resto del mondo). Per il resto, ho avuto talmente tanta fortuna con le scelte che ho fatto e per i casi della vita non dipendenti da me che non posso fare a meno di sentirmi il cuore pieno.
E’ vero, ci sono tante cose che non ho mai fatto e mai farò, persone che avrei potuto conoscere etc etc etc… ma che importa di ciò che non è stato? Se ne sa una sega, soprattutto? NO! La cosa che conta è che ciò che è stato ha portato a ciò che è adesso: una figata.
A parte l’incredibile sequela di coincidenze e trinagolazioni astrali che mi ha portato a condividere (informalmente, per ora) proprio questa casa qui con proprio quel lurker là, l’altra sera ho chiamato il buon vecchio Cbicp e mi sono ritrovata a pensare a quante belle persone ho avuto la fortuna di conoscere negli ultimi 10 anni. Persone che non avrei avuto la speranza di incontrare altrimenti, fra l’altro. Molte fra queste le ho conosciute tramite questo blogghino che ormai perdura dal 2003 e che si è trasformato, spostato, privatizzato, riaperto, sviscerato and so on… una cosa che un social coso qualsiasi non può fare (anche se riconosco senza difficoltà la sua immensa utilità per rimanere in contatto con gente che già si conosce). Mi si sono quasi inumiditi gli occhietti. E un altro aspetto esaltante della questione è che gli amici sono preziosi e quindi è un gran bel regalo condividerli. E’ bello quando fai da ponte e vedi cosa succede. E’ bello sapere che tutte quelle splendide coincidenze sono servite a qualcosa.
Adoro questa sensazione di pienezza. Di soddisfazione. Di affetto profondo verso un numero davvero consistente di persone. Indipendentemente da quanto o come ti frequenti.
Sto bene.
(Ecco, scaramanzia vuole che quando uno dichiara che le cose vanno bene, indubbiamente succede qualcosa di orrendo per pareggiare i conti. O vediamo cosa succede adesso. Se mojo – grat grat – mi raccomando, fate tesoro! Mai dire che ci si sente soddisfatti, MAI!)
(E beccatevi ‘sto video, va’. Quando uno dei tuoi allievi ti propone di suonare un pezzo del genere, non puoi non sentirti orgoglioso e gonfio come un pavone in amore)
Incubus
Ma che ci devo convivere solo io con i rumori allucinanti di un autoclave con seri problemi di identità?
Ma che ci devo bestemmiare solo io contro la sistematica devastazione del testicolo interiore?
Ma che ci devo moccolare solo io contro le domande assurde del cosiddetto censimento?
Ma che ci devo…
No, eh. Beccatevi anche voi un po’ di inquietudine.
L’inconcludente martedì
Un po’ l’informatica che mi si rivolta contro, un po’ la lontananza dal lurker che anche se sta buono buono in un angolo mi è comunque di stimolo per compicciare qualcosa, un po’ le giornate superstimolanti alternate a momenti di pura assenza di voglia… Insomma, questi due giorni potevano essere più prolifici.
Meno male che ho le mie bambine.




































